Intervento di Herbert Dorfmann - Agrimpresaonline Webzine

Intervento di Herbert Dorfmann

Dorfmann

Cominciare la nuova programmazione all’insegna della puntualità nella distribuzione delle risorse: da qui bisogna partire per evitare che la Pac post 2020 ripeta gli errori del passato.
Dal punto di vista italiano, la programmazione in corso si è, infatti, purtroppo contraddistinta per forti rallentamenti nella liquidazione dei fondi, soprattutto per quanto riguarda il secondo pilastro, che ancora oggi sono fonte di gravi preoccupazioni in alcune regioni.

I ritardi sono sicuramente in parte dovuti alla mole burocratica imposta dalla Pac vigente. Si pensi, ad esempio ai sistemi informatici specifici richiesti dalla programmazione 2014-2020, la cui adozione è risultata particolarmente macchinosa presso gli enti pagatori.
Proprio per questo, negli scorsi cinque anni ho promosso, in quanto relatore in Parlamento per la risoluzione sulla nuova Pac, una riforma che mette al centro la sburocratizzazione del sistema e continuerò a farlo, nel mio nuovo ruolo di coordinatore del Partito popolare europeo in commissione agricoltura, in questi mesi decisivi per definire il contenuto della nuova programmazione.
Non si tratta tuttavia di un problema solamente burocratico: va constatata anche un’inefficienza di fondo che è propria alla situazione italiana, dove si riscontrano importanti differenze tra le regioni (alcuni organismi pagatori regionali hanno fatto meglio di altri) e dove il sistema nazionale, tramite l’Agea, purtroppo ha proceduto a rilento, in particolare per quanto riguarda i piani di sviluppo rurale nazionali, soprattutto in merito al sostegno per la gestione del rischio.

Per semplificare l’architettura esistente, la Commissione europea ha proposto nel 2018 un nuovo metodo di lavoro che, almeno spero, consentirà di snellire le procedure amministrative (gli Stati membri dovranno presentare soltanto un piano strategico per i pagamenti diretti, lo sviluppo rurale e le strategie settoriali), semplificare la tutela dell’ambiente (ciascuno stato membro dovrà adattare i propri interventi ambientali e climatici alla realtà locale) e semplificare il sostegno ai giovani agricoltori (un unico piano strategico garantirà azioni coerenti per il ricambio generazionale riguardanti sia i pagamenti diretti che lo sviluppo rurale e i criteri di ammissibilità europei saranno ridotti).

Ora il Parlamento europeo eletto a fine maggio ha ripreso in mano il dossier della riforma, sulla quale pesano però ancora molte incognite, prime fra tutte quelle legate alla Brexit.
Quel che è certo è che il 2021 si prospetta un anno di transizione che sarà particolarmente delicato. Affinché la nuova programmazione parta con il piede giusto bisognerà infatti fare particolare attenzione a garantire fin da subito una puntuale liquidazione dei fondi.
La puntualità nell’allocazione delle risorse è un elemento imprescindibile per permettere alla Pac di centrare i suoi obiettivi, soprattutto in una congiuntura storica in cui l’agricoltura europea ha davanti a sé grandi sfide nei campi della produzione di qualità, della promozione degli standard europei al di là delle nostre frontiere, della valorizzazione e tutela del territorio, e, soprattutto, di chi vive del mestiere agricolo, di quelle aziende a conduzione familiare che sono il cuore pulsante dell’Europa rurale.

Da questa prospettiva, la Pac del prossimo decennio, anche in vista di una probabile riduzione delle risorse a causa della Brexit, dovrà riuscire a utilizzare in maniera il più possibile efficiente i fondi che avrà a disposizione, mettendo al centro della sua azione la tutela di chi fa davvero agricoltura e con il suo lavoro svolge un ruolo centrale per la comunità e il territorio.
Sto lavorando per promuovere una politica più attiva a favore di questi soggetti, in particolare per chi lavora in zone svantaggiate, come, ad esempio, in montagna.
L’obiettivo finale è rendere l’attività agricola più attraente per le nuove generazioni. Si tratta di una sfida improrogabile: le potenti innovazioni che promettono di cambiare il volto del settore nei prossimi dieci anni vanno guidate, non subite, e ciò può avvenire solo facendo ricorso a forze fresche e nuove.

Anche in agricoltura, il futuro è, deve essere, dei giovani.

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