Senza antibiotici e ogm free: una filiera della carne sostenibile

Erika Angelini

BANDO DI ARGENTA (Ferrara) – Carne bovina al 100% italiana, priva di residui antibiotici e prodotta con grande attenzione per il benessere animale. Nell’azienda zootecnica di Gianfranco Tomasoni a Bando di Argenta (Ferrara) è una realtà. Ma come si arriva a fare questo tipo di scelta, ed è vincente dal punto di vista reddituale? Secondo Tomasoni non ci sono dubbi: questo è un percorso di filiera che premia sia dal punto di vista di mercato, che a livello “etico”.
“Ridurre fortemente, fino a eliminare, gli antibiotici dalla filiera della carne – spiega l’allevatore – è sempre stato il mio obiettivo, da quando ho spostato la mia attività da Brescia a Ferrara. In azienda abbiamo, da subito, ridotto al minimo i farmaci e partecipato al progetto Vet Spin del Dipartimento di Scienze mediche veterinarie dell’Università di Bologna, che studia i tempi di smaltimento dei residui farmacologici, necessari nei primi mesi di vita dell’animale. Mancava però un interlocutore che potesse valorizzare pienamente un prodotto allevato in questo modo sul mercato. Poi, cinque mesi fa, ho stretto un accordo con Coop Italia, che da qualche anno ha scelto di proporre ai consumatori carne da animali nati in Italia, svezzati in Italia, macellati e lavorati in Italia. E soprattutto priva di residui antibiotici, proprio il tipo di carne che voglio produrre nella mia azienda”.

Ma come funziona questa filiera “virtuosa” e quali sono i controlli effettuati sul prodotto?

“Si tratta di una filiera a – ciclo chiuso – che segue un rigoroso disciplinare ed è sottoposta a una serie di controlli prima di entrare nella catena distributiva. I vitelli, nati in Italia, entrano in stalla a trentacinque giorni di età, vengono vaccinati e gli viene data una dose davvero minima di antibiotico, unicamente per preservare l’animale ed evitare la mortalità. A circa cinque mesi, centossessanta giorni di vita, vengono spostati dallo svezzamento all’ingrasso e da qui l’uso di farmaci cessa completamente. Solo se un animale si ammala ed è in sofferenza si possono utilizzare dei farmaci, unicamente fino a centoventi giorni prima della macellazione, un tempo di sospensione nove volte superiore a quello utile per lo smaltimento di qualsiasi farmaco. Basta penare che un vitello allevato in maniera tradizionale, dove si seguono solitamente le indicazioni dell’etichetta per la somministrazione dei farmaci, possono venire date sostanze farmacologiche anche cinque giorni prima di arrivare al macello, sostanze che evidentemente rimangono nella carne. I controlli sono strettissimi perché vengono effettuati da ben tre organismi: Coop, Quinto valore e C.l.a.i che fanno i prelievi e dosano anche le sostanze dopanti come il cortisone, che naturalmente è completamente vietato. A queste analisi vanno aggiunte anche quelle interne, fatte da Carni Dop di Mantova. Se dai controlli risultano residui farmacologici la carne semplicemente non viene acquistata e distribuita da Coop”.

Si può fare reddito allevando in questo modo?

“I costi di allevamento sono superiori rispetto a quelli di un allevamento tradizionale, perché l’animale va alimentato solo con prodotti no Ogm certificati e quando si ammala ci sono davvero poche armi per contrastare il problema, occorre avere un’infermeria per isolarlo e curarlo e si rischia comunque di perderlo. Ma il mercato negli ultimi anni è cambiato, c’è più attenzione alla sostenibilità produttiva e, a partire proprio dalle grandi catene della Gdo, si sta andando verso un’attenzione maggiore nei confronti del consumatore, che sceglie guardando l’etichetta e valutando con attenzione la qualità di ciò che porta in tavola. E la carne che proviene da un animale che ha vissuto bene perché non è stato bombardato da farmaci è più buona. Alcuni prodotti fanno crescere i vitelli in maniera falsata, letteralmente li “gonfiano” perché provocano ritenzione idrica. Basti pensare alla tanto decantata carne argentina, paese dove gli ormoni per la crescita sono ancora prescritti con ricetta veterinaria e sono sostanze che arrivano nell’organismo e possono provocare danni significativi, soprattutto nei bambini.
Poi, certo, negli ultimi trenta-quaranta giorni di vita gli animali vengono portati al pascolo, e passa l’immagine di vitelli che si nutrono solo di erba. In Italia le cose sono diverse, ma occorre migliorare ancora, puntando sulla ricerca, per trovare sistemi di allevamento – si parla già di muffe e lieviti che potrebbero contrastare le malattie al posto degli antibiotici – ancora più naturali. Attualmente conferiamo a Coop 300 capi, ma l’obiettivo è arrivare a 25 a settimana, tanto che progettiamo già di allargare la stalla e la superficie coltivata per alimentarli. Abbiamo anche aderito a un progetto di filiera della carne suina e bovina del Psr, insieme a molte aziende ferraresi e bolognesi, che si sono impegnate a mantenere in Italia tutte le fasi dell’allevamento. Il futuro per me è questo: attenzione al benessere animale, qualità della carne italiana e salute per chi la consuma”.

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