La sostanza organica perde ’terreno’: si è ridotta a tal punto che per recuperarla occorrono decenni

terreni agricoli

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

A distanza di cinquant’anni dall’inizio dell’agricoltura intensiva la sostanza organica nei suoli nazionali si è ridotta ai minimi termini. Un terreno in salute ne dovrebbe contenere almeno un 2,5-3%, mentre la media nazionale non arriva a un punto percentuale. Parole chiare scandite da Giuseppe Corti, direttore del Crea, Centro agricoltura e ambiente, nonché presidente della Società italiana scienza del suolo. Un bene che negli ultimi anni è stato assai sfruttato, anche se in molte parti d’Italia si fanno sforzi per recuperare, è il caso di dire, terreno perduto.

“Dagli anni Cinquanta fino al Novanta il suolo veniva considerato indistruttibile – ha detto Corti, intervenuto a Macfrut in un incontro promosso da Cia -. Le ‘spinte’ che provenivano soprattutto dall’Europa indicavano modelli di agricoltura produttivi, ma senza fare distinzioni tra nord e sud del Vecchio continente”. Invece le differenze sono tante perché, ha ricordato Corti, Paesi come ad esempio Polonia e Germania si possono permettere ancora arature profonde e pratiche che conservano il suolo, grazie anche a un diverso clima, insomma, condizioni che consentono di mantenere più in salute la terra. In Italia è diverso.

“In 50 anni siamo passati da suoli di ottima qualità a terreni poveri di sostanza organica a causa di arature profonde e concimazioni azotate che hanno comportato l’ossidazione, ovvero la distruzione di una sostanza naturale che ha impiegato millenni per formarsi. In molte aree preappenniniche siamo sotto all’1%. Non è un male di per sé, ma è un vulnus che ci impedisce di migliorare in tempi brevi questi terreni. Oggi – ha sottolineato – sappiamo che per aumentare la sostanza organica, non dobbiamo aspettare che il contenuto nel terreno si abbassi troppo perché si supera il limite ‘di non ritorno, ovvero dopo servono almeno 50 anni per ricostituire un bene prezioso”.

Viene spontaneo pensare che apportando concimazioni letamiche si possa ripristinare uno status: invece no. “L’integrazione con sostanza organica e sovesci non funziona – ha osservato – anzi si rischia di ridurla piuttosto che aumentarla, anche se non è un’equazione certa. Non esiste, infatti, una ricetta valida per tutti i suoli, ma va posta attenzione al sistema agricolo adottato in una determinata area produttiva. Si deve osservare il territorio, come lo interpretavano gli agricoltori, un tempo, che valutavano le caratteristiche e tutti i fattori esterni, a partire dalla risposta vegetativa della pianta in un determinato contesto-suolo”. Fare qualche passo indietro per progredire, questo il ragionamento dello studioso. Se la meccanizzazione è indispensabile, dall’altro canto la pesantezza dei mezzi rappresenta un altro problema, anche in questo caso più accentuato negli areali della Penisola.

“Poi c’è il fenomeno dell’erosione – ha proseguito Corti – anche in pianura, con pendenze minime, le arature profonde non vanno bene. Si innescano processi erosivi dell’ordine di un centimetro di terra che viene portato via in una annata, ovvero in un ettaro sono 100 tonnellate di suolo, lo strato migliore, che se ne va al mare”. È un gatto che si morde la coda perché perdendo la sostanza organica restiamo privi della struttura del suolo, cioè la capacità dello stesso di formare aggregati che permettono di lasciare dei vuoti, consentendo così la penetrazione dell’acqua: se si impedisce la permeazione, il flusso scorre in superficie, accentuando i fenomeni che si sono acutizzati negli ultimi anni, aggravati dal consumo di suolo, dalla cementificazione.

“Gli agricoltori italiani sono stati indirizzati verso pratiche agricole che non sono nostre, ma del nord Europa, non possiamo adottare sistemi che non ci appartengono”. Osserva ancora Corti. I pedologi suggeriscono quindi agli agricoltori di approfondire le conoscenze dei propri terreni e non abbandonare le sistemazioni idrauliche agrarie. “Ce ne siamo dimenticati – conclude – siamo il Paese che le ha inventate, ma si sono perdute. Ci sono appezzamenti lunghissimi con poche interruzioni utili al deflusso delle acque: vanno recuperate queste pratiche virtuose per le quali all’agricoltore va riconosciuto economicamente questo prezioso lavoro”.

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