Gli sprechi nella filiera agroalimentare valgono 750 miliardi di dollari in cibo

Maggio 2015

di Gaia Fiertler

Cifre da capogiro sugli sprechi alimentari. Secondo la Fao, ogni anno va in fumo un terzo delle calorie prodotte sul pianeta, che equivale a 750 miliardi di dollari in cibo.

Ciò significa che 14 milioni di km2 di terreno e 250 km3 di acqua vengono usati per produrre cibo che andrà perso, mentre vengono emessi 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Sembra che, senza sprechi, sarebbe risolto il problema della fame, perché ciò che viene prodotto e non consumato basterebbe a sfamare tutta la parte di mondo che soffre di malnutrizione, circa 850 milioni di persone.

Tuttavia, gli sprechi non riguardano solo l’ultimo anello della catena, il consumo alimentare, ma partono dalla produzione. Sull’argomento abbiamo intervistato Andrea Segrè, massimo esperto dell’Università degli Studi di Bologna, che ha aperto il convegno “Spreco alimentare: dalle policy alle best practice” a Milano in Bocconi il 20 maggio scorso in occasione di Expo.

Che parte gioca la produzione nello spreco alimentare?

Perdita e spreco sono presenti a livello internazionale lungo l’intera filiera. In particolare, la produzione rappresenta il 20% del problema nei paesi in via di sviluppo, dove c’è ancora molto da fare in termini di organizzazione, infrastrutture, meccanizzazione e conservazione. Nei Paesi sviluppati, invece, il 20% dello spreco è concentrato sul consumo domestico per stili di vita e comportamenti errati, mentre, guardando all’Italia, sul campo si registra ancora una perdita del 3%.

È fisiologica questa flessione?

Direi di no, perché sul totale della produzione non è poco e incide in termini di valore e risorse, a partire dall’acqua e dal terreno sprecati. Non siamo certo ai livelli delle eccedenze degli anni ’80, che sono progressivamente diminuite dagli anni ’90 grazie a una nuova politica agraria europea, ma il 3% della produzione resta ancora sugli alberi e nei campi.

Come mai?

Perché la raccolta non è abbastanza remunerativa: i prezzi sono più bassi dei costi di produzione. Gli agricoltori sono l’anello più debole, benché siano loro i responsabili della produzione e del governo del territorio e siano esposti a numerosi rischi. Eppure, sono quelli pagati meno, visto che il valore del prodotto cresce nelle fasi successive di trasformazione e distribuzione.

Come invertire la rotta?

Serve un’alleanza fra il primo e l’ultimo anello della filiera, quello che esercita il potere del carrello. Invece siamo maleducati a tavola e non diamo valore al cibo, spesso guardando solo il prezzo. Tra l’altro, non credo che acquistando nei mercati rionali si spenda di più che nella grande distribuzione, mentre si ha il duplice vantaggio del fresco e di una catena più corta, restituendo ai produttori il giusto. Insomma, se noi iniziamo a valorizzare le produzioni locali, anche la distribuzione si adatterà alle nostre scelte. Inoltre, privilegiando l’agricoltura sostenibile e biologica terremo un comportamento responsabile verso i produttori, che sono i primi a rischio di patologie per contatto e inalazione di pesticidi.

Ci sono margini di miglioramento anche nei sistemi produttivi?

Sì certo, la ricerca procede a passi rapidi nel biologico e nelle biotecnologie (da cui escludo gli Ogm), per esempio per trovare nuove varietà che resistano al cambiamento climatico. Ricerca e mercato devono lavorare insieme alla riduzione dello spreco alimentare.

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