Aree interne in Emilia Romagna: il punto a Pavullo il 23 ottobre

Lorenzo Catellani, Presidente Cia Emilia Romagna

Per anni le aree interne sono state raccontate soprattutto per ciò che manca: servizi, popolazione, collegamenti. Il progetto “Territori che rigenerano”, promosso da Cia-Agricoltori Italiani e finanziato dal Mase nell’ambito della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, prova a ribaltare la prospettiva e a guardarle per quello che possono dare: investimenti, innovazione, sostenibilità.

Il calendario prevede dieci tappe in altrettante aree del Paese, dal Bellunese alla Sicilia, e per l’Emilia Romagna l’appuntamento è il 23 ottobre a Pavullo nel Frignano. Non è un dettaglio da poco. Sull’Appennino emiliano romagnolo l’agricoltura è già presidio del territorio, garanzia contro il dissesto idrogeologico, custode del paesaggio e motore di filiere di qualità: dal Parmigiano Reggiano di montagna ai piccoli frutti, dagli allevamenti di esemplari da carne agli uliveti, sono produzioni che tengono in vita comunità altrimenti a rischio di spopolamento.

L’obiettivo dichiarato è collegare le politiche pubbliche alle esperienze d’impresa, raccogliendo proposte per il Manifesto delle Aree Interne. Il confronto si articolerà in tre tavoli. Il primo guarda all’agricoltura come infrastruttura pubblica: presidio e manutenzione del territorio, gestione dell’acqua, prevenzione del dissesto, servizi ecosistemici. Il secondo è dedicato alle filiere territoriali e al valore aggiunto, dalla redditività delle imprese alle produzioni di qualità, dalla trasformazione all’agriturismo. Il terzo riguarda giovani, capitale umano e ricambio generazionale, e con essi la possibilità di abitare le aree interne con servizi, welfare e qualità della vita adeguati.

La nostra organizzazione affronta quindi la questione attraverso diversi temi evidenziando che le aree rurali e interne coprono circa il 60% della superficie nazionale e ospitano oltre il 22% della popolazione. Dal presidio di questi territori – dalla dorsale appenninica alle zone alpine – dipendono settori chiave del Made in Italy agroalimentare, la Dieta Mediterranea, il turismo rurale e la tutela della biodiversità.

Cia rivendica che vivere e fare impresa nelle zone interne debba essere un diritto garantito, mentre non ci piace la visione ‘assistenzialista’ delle aree interne: non servono sussidi a fondo perduto senza prospettiva, ma strumenti di sviluppo che consentano alle aziende di generare reddito, lavoro e servizi locali. C’è la necessità di risorse adeguate per la manutenzione delle strade rurali e interpoderali, serve una connettività digitale, quindi la copertura a banda ultra-larga e rete 5G nelle campagne per permettere la gestione digitale e smart dell’impresa agricola.

Poi ci sono i servizi sociali alla persona, a partire dalle scuole, presidi sanitari e trasporti pubblici locali per mantenere attrattive le comunità locali. Cia definisce chiaramente il nuovo ruolo dell’agricoltore che va da un puntuale presidio idrogeologico perché le aziende agricole mantengono attivi il drenaggio delle acque e la manutenzione del suolo, prevenendo dissesto e incendi.

Infine voglio ricordare che la Confederazione ha portato le istanze delle aree interne sia al Masaf, sia in sede comunitaria per la definizione di una strategia europea coordinata di sviluppo rurale. Di tutto questo parleremo il 23 ottobre a Pavullo dove illustreremo le nostre proposte: con l’ambizione di trasformare ciò che già funziona in modelli replicabili e in richieste precise per chi decide.

Sarà questo, alla fine, il metro con cui giudicare l’iniziativa.

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