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I lupi preoccupano cittadini e agricoltori di montagna

Agosto 2016

Francesco Zambonini, resp. ufficio caccia Cia Reggio Emilia

Di recente ho partecipato ad un interessante convegno, dal titolo Uomini e Lupi, organizzato dall’Atc3 a Scandiano, dove il dott. Willy Reggioni, uno dei massimi esperti di lupo in Italia, ha fornito una serie di informazioni tecnico-scientifiche in collaborazione con il comandante della Forestale di Reggio-Parma dott. Pier Luigi Fedele.

Partiamo da un dato pubblicato dal Reggioni il 14 giugno 2007, dove veniva indicato un numero di circa 40 lupi presenti sul nostro crinale; ora stando ai dati forniti al convegno sopra citato, siamo ad un numero di circa 120 sul territorio provinciale; in neppure dieci anni si è triplicato!

È indubbio che il lupo sia arrivato agli onori della cronaca per le sue predazioni, negli ultimi tempi in un’area molto vasta della provincia di Reggio; ci dicono gli esperti che questo non è altro che il naturale irraggiamento su un territorio ricco di selvaggina e in assenza di antagonisti. Con questa realtà ci dobbiamo confrontare, ma il problema si sta rilevando di non facile soluzione.

Siamo molto preoccupati dalle predazioni che sono avvenute negli ultimi mesi degli animali da reddito, ma anche ad animali domestici, in territori molto antropizzati e molto distanti dall’area del Parco nazionale. Tale preoccupazione è molto diffusa anche tra la popolazione, soprattutto quando ad essere predati sono animali custoditi in aree cortilive. Gli esperti ci dicono che il lupo non attacca l’uomo, ma credo che possiamo affermare che il lupo è già entrato in contatto con l’uomo, quando preda animali domestici tenuti alla catena nelle aree cortilive.

Siamo consapevoli che il lupo è un animale protetto sin dal 1971, ma ora il contesto che ha portato all’emanazione di quelle norme è cambiato, da un lato perché il territorio montano ha visto una diminuzione della presenza dell’uomo e di conseguenza questo animale è stato facilitato nella sua salvaguardia, dall’altro lato il territorio montano è diventato più accessibile per attività diverse da quelle prettamente agricole. Credo che la nostra agricoltura in questi territori sia già sottoposta ad una forte emergenza dettata dalla presenza degli ungulati, ora se aggiungiamo anche questo problema la situazione diventa ancora più pesante.
Abbiamo sul territorio esperienze positive su come affrontare il tema, aree dove la prevenzione cerca di mantenere un equilibrio con l’attività agricola e la presenza dei lupi, la vera difficoltà è come tranquillizzare la popolazione davanti a questi episodi.

Sempre al convegno di Scandiano, l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Simona Caselli ha indicato anche la possibilità di eventuali piani di controllo, ma alla fine ritengo questa strada di difficile attuazione. Ritengo invece più utile rivolgere un appello alle forze politiche, agli enti locali e istituzionali, per sollecitarli a concentrarsi sulla tematica dei danni che la fauna selvatica arreca all’agricoltura, mediante la predisposizione di un intervento legislativo snello, efficace e ad impatto burocratico zero. In questo modo si potrà contribuire a disinnescare le attuali e future aspre polemiche – pretestuose o meno – tra i fautori del sì e del no alla caccia e tra gli opposti estremismi, del tutto negativi nell’agricoltura. D’altra parte, per il complesso intreccio sulle problematiche faunistico-venatorie, che si confrontano anche con le leggi comunitarie, mi sembra che si faccia sempre più concreto il rischio che non si adottino provvedimenti adeguati, per il contenimento dei danni dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e zootecniche.

© foto di Stefano Mafredini

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