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In Australia il vino è giovane

Nicolò Bianchini è un giovane che ha la passione dell’agricoltura nel patrimonio genetico. Suo padre aveva sempre coltivato un sogno: dar vita ad un’azienda agricola multifunzionale nella quale creare le opportunità di lavoro per tutta la famiglia.

Nicolò, insieme alla mamma Ilia Varo (titolare dell’azienda ‘I Muretti’ a Monte Colombo di Rimini) e alla sorella Beatrice ha proseguito nella realizzazione di quel sogno dandogli anche un respiro internazionale: sta terminando infatti gli studi per la Laurea magistrale “International master in horticultural science” presso la Facoltà di Agraria dell’università di Bologna.

In questo articolo ci racconta la sua esperienza in Australia dove ha svolto una parte delle sue ricerche nel settore viticolo.

Quello che ho fatto al Csiro (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation) è stato seguire un progetto di ricerca sulla varietà Syrah in tre diversi areali di produzione (South Australia, Victoria, New South Wales), e con questo valutare come cambiando il bilancio area fogliare/ produzione per pianta si ottengano caratteristiche qualitative diverse. Inoltre ho seguito una ricerca per valutare che effetto abbiano i diversi trattamenti sui tannini e polifenoli totali e sulle sostanze di riserva accumulate dai tralci, nonché sul vino stesso.
In particolare sono state valutate: come e se, una defogliazione precoce in fioritura, il diradamento dei grappoli e una defogliazione tardiva modificassero le caratteristiche degli acini e di conseguenza del vino ottenuto rispetto a una situazione di controllo.

La ricerca viticola è andata e sta andando avanti, si stanno mettendo a punto le tecniche e si stanno rafforzando i concetti di “terroir”, ma il winemaker (l’enologo) resta, purtroppo, sempre più blasonato del viticoltore che è a qualsiasi latitudine vero custode e non padrone della terra. Questa esaltazione dei winemakers fa pensare che il vino si possa creare a tavolino e che il vero lavoro sia quello fatto in cantina, quando invece gran parte dell’opera d’arte è fatta dalla terra, che fornisce colori, profumi, prospettiva. Nessun sapere può creare nulla senza questo legame sia in Italia come nel resto del mondo.

Nel 1788 l’ammiraglio Arthur Philip introdusse, insieme a circa 1.400 persone (gran parte delle quali galeotti), alcune talee di vite nell’inesplorata Australia. Nello stesso istante, in Europa, si stava presumibilmente festeggiando lo sbarco con alcune bottiglie d’annata. Il vino in Australia è giovane!

Il fatto di portare la vite sin da subito in Australia riconferma, ancora una volta, come il legame tra vino e territorio sia prima di tutto un legame dell’uomo con la vite. Chiaramente la viticoltura nella terra dei canguri è una viticoltura di formazione europea (come d’altronde lo è il paese stesso) ma dopo poco più di duecento anni di evoluzione di una propria tradizione viticola possiamo imparare qualcosa dai vini di questa grande isola, che non sono solo il riflesso a migliaia di km di distanza di una tradizione del Vecchio Continente. La differenza in dimensioni medie per azienda è astronomica in confronto all’Italia (un’imprenditrice mi ha raccontato come ogni sua singola pecora avesse 5 ettari da brucare a disposizione).

L’Australia è molto grande e risulta facile trovare climi e terreni diversi adatti alla coltivazione di vitigni differenti, dallo Syrah (Shiraz, in australiano) negli areali più caldi (famosi quelli della Barossa Valley) ai profumatissimi Pinot Noir e Sauvignon Blanc della Tasmania. I vitigni internazionali ci sono tutti, e tutti bene o male, trovano un clima adatto e produttori volonterosi che si adeguano alle loro diverse esigenze.
Si può comunque trovare un po’ d’italianità in vini Nebbiolo, Primitivo, Sangiovese, Vermentino, Fiano che stanno interessando sempre più produttori, ma che, a dir la verità, non hanno niente a che vedere con quelli a cui siamo abituati, sebbene in un Sangiovese abbia percepito un po’ di “amarcord” ma forse era solo nostalgia della Romagna. Dal punto di vista strutturale, da una parte abbiamo produttori che gestiscono migliaia di ettari e in alcuni casi la vite sembra venir trattata come coltura estensiva, da un altro lato abbiamo sempre più produttori che adoperano uno stress idrico controllato, una raccolta manuale (una rarità da queste parti) e un’agricoltura sostenibile limitando al minimo l’impiego della chimica. Sono questi produttori che gestiscono, in una civiltà ancora giovane, alcune delle vigne più vecchie del mondo in quanto in molte zone viticole la fillossera non è mai arrivata.

Nella viticoltura australiana, in minima parte di tradizione ma piuttosto di formazione, l’estro e il coraggio degli enologi può essere espresso appieno: sperimentano e rischiano. In questo scenario di colonizzazione viticola di un intero paese ha giocato un ruolo sensazionale la ricerca, perché pur utilizzando varietà internazionali, qui i terreni sono decisamente diversi, le esigenze culturali pure, e dunque, i portinnesti vanno cambiati e adattati. A mio parere quello che dovremmo imparare dall’Australia è la capacità di comunicare e vendere facendo veramente squadra. Qui gli alcolici vanno venduti in “Bottle Shop” e non direttamente dentro la Gdo, perciò si trova una scelta di vini ampia e diversificata, anche nelle fantasiose etichette, e l’acquisto è ponderato, voluto e non casuale o indotto dall’espositore.

I produttori certamente sono sì competitivi, ma meno gelosi del proprio prodotto, sanno fare rete e squadra, si conoscono e in un percorso per cantine si promuovono l’un l’altro in un grande circolo virtuoso che fa bene a tutti. In Australia si opera in un contesto viticolo che dà visibilità tramite fiere organizzate lungo tutto l’anno e così si dà voce anche al piccolo produttore che non si potrebbe permettere cifre esorbitanti per uno stand.

Nicolò Bianchini

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