Studioso dell’agricoltura, raffinato politico e presidente dell’Alleanza contadini, Emilio Sereni intuì per primo il valore del paesaggio agrario - Agrimpresaonline Webzine

Studioso dell’agricoltura, raffinato politico e presidente dell’Alleanza contadini, Emilio Sereni intuì per primo il valore del paesaggio agrario

Emanuele Bernardi, docente all’Università La Sapienza di Roma

L’attività politica e scientifica di Emilio Sereni (1907-1977), esponente di spicco del Pci, impegnato nella Resistenza al fascismo, senatore della Repubblica e poi deputato, costituisce un bagaglio importante nella storia della Confederazione italiana agricoltori.

Prima come dirigente comunista, poi come parlamentare e presidente dell’Alleanza contadini sorta nel 1955, Sereni, chiamato anche “Mimmo” dagli amici, ha svolto tra i contadini e nelle campagne una continua e incessante azione per l’affermazione di una visione della piccola impresa e proprietà che si differenziasse dalla Coldiretti e desse contenuto paritario alla formula dell’alleanza tra operai e contadini, abbattendo resistenze e pregiudizi presenti nella sua parte politica. Al contempo, sfruttando la conoscenza di molteplici lingue (dal russo al giapponese, dal tedesco all’inglese, al greco e all’ebraico), ha dedicato un notevole sforzo ad approfondire, su basi scientifiche, la conoscenza della storia dell’agricoltura, dal punto di vista agronomico, colturale e culturale, tecnico e politico. Terminata la sua breve, seppur significativa esperienza di ministro nei Governi De Gasperi (1946-47), visse la prima fase della guerra fredda, interpretando la militanza nel partito in termini totali, alla ricerca continua di un rapporto profondo con le masse rurali.

Un rapporto vissuto alla luce del “mito” sovietico nel quale far vivere però la specificità della dimensione italiana, in un intreccio continuo tra nazionale e internazionale. Attento osservatore delle questioni tecniche e scientifiche, operò affinché l’Alleanza dei contadini assumesse una centralità rispetto ai partiti, comunista e socialista, che ne avevano permesso la nascita, secondo un’idea profondamente unitaria del mondo contadino. Un’impostazione che lo induceva a polemizzare frequentemente con le insufficienze della politica agricola dei governi a guida democristiana, con i limiti della nostra presenza in Europa, ma anche a ricercare uno spazio di azione – e quindi di dialogo istituzionale e parlamentare – per la promozione degli interessi reali dei coltivatori diretti.

Questo impegno politico e sindacale si accompagnò sempre alla ricerca empirica e alla riflessione teorica interdisciplinare, ad esempio con la pubblicazione einaudiana, nel 1961, di un testo ormai «classico», come la Storia del paesaggio agrario italiano, che costituisce un punto di riferimento di studenti e studiosi.

Un segno indelebile, dunque, nella storia del mondo dell’agricoltura, della cultura e della politica italiana.

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