Gennaio 2016
Cesare Damiano – Presidente Commissione Lavoro Camera dei Deputati
L’idea è molto semplice: consentire ai lavoratori di anticipare il momento della pensione a partire dai 62 anni, (dal 1 gennaio 2016 l’età pensionabile sale a 66 e 7 mesi, perciò 4 anni di anticipo significa 62 anni e 7 mesi), purché abbiano almeno 35 anni di contributi e accettino una penalizzazione strutturale massima dell’8% (il 2% per ogni anno di anticipo).
È questo in sintesi il disegno di legge del Pd a prima firma Damiano, Baretta e Gnecchi.
Per quanto riguarda i lavoratori “precoci”, il disegno di legge prevede la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi (per uomini e donne), senza penalizzazioni ed indipendentemente dall’età anagrafica.
Questa proposta ha trovato l’opposizione di coloro che la ritengono troppo costosa e che si avvalgono delle stime dell’Inps che prevedono una spesa di circa 8 miliardi. Noi riteniamo che questi calcoli siano sbagliati per almeno due motivi: il primo, è che ancora una volta si individuano platee potenziali di fruitori e non quelle effettive, come se tutti i lavoratori sessantaduenni, appena varata la norma, decidessero contemporaneamente di andare in pensione. Si ripropone, cioè, l’errore di considerare tutti i lavori uguali, dimenticando che chi sta alla catena di montaggio, al lavoro notturno, chi fa l’infermiere o la maestra d’asilo, sceglierà probabilmente l’uscita anticipata; mentre il primario, il professore universitario o il dirigente d’azienda, deciderà di rimanere al lavoro.
Inoltre, mentre l’anticipazione interessa sicuramente le persone che hanno perso il lavoro e che rischiano di finire il periodo di fruizione degli ammortizzatori prima dell’età di pensione, restando senza reddito, coloro che sono occupati possono anche ritenere più conveniente proseguire l’attività, mantenere il proprio stipendio e maturare una pensione più elevata.
Si tratta quindi di individuare meglio le platee interessate e lo scaglionamento delle risorse necessarie, che sono sicuramente più basse di quelle indicate e, trattandosi di misure previdenziali, sarebbe opportuno riflettere sugli effetti finanziari di un pensionamento flessibile nel medio lungo periodo, e non solo sulle ricadute sugli andamenti di cassa.
L’onere atteso per l’erogazione della pensione anticipata decurtata del 2% annuo (con una speranza di vita che l’Istat 2010 indica per gli uomini di 62 anni pari a 20,971 anni) ammonta a 319.740 euro, contro i 322.772 euro che con le stesse modalità di calcolo si avrebbero per una pensione piena erogata a partire dai 66 anni di età, sottraendo a quest’ultima cifra anche i contributi pagati nei quattro anni di permanenza al lavoro.
In altri termini la pensione flessibile, erogata con le modalità previste dal Disegno di legge, determinerebbe nel lungo termine (cioè per i prossimi ventidue anni circa) oneri inferiori dello 0,9% rispetto a quelli della pensione a requisiti rigidi erogata a partire dal compimento dei 66 anni. Siamo disposti a confrontarci da subito con il Governo su questi dati, anche perché vogliamo confutare la tesi che la flessibilità abbia soltanto un costo: non è vero, ci sono anche i risparmi e non intendiamo più accettare i conti a scatola chiusa.

