Canapa: tanti esercizi dialettici e scarsi successi per i produttori

Claudio Ferri

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

Struzzi, cincillà, nutrie, piante micorrizzate, lombrichi: investimenti fatti da imprenditori pionieri che non sempre hanno garantito successo e reddito. L’allevamento della nutria è caso più eclatante: quello che doveva rappresentare un animale da reddito, una valida alternativa a ben più blasonate specie allevate per la pelliccia, in pochi anni ha colonizzato la pianura padana destabilizzando il territorio, con le conseguenze ben note.

Poi c’è la canapa. Chissà perché quando si parla di questa coltura affiorano emozioni, entra in gioco il cuore. Evoca il sudore versato dai contadini negli anni d’oro – e faticosi- per una coltura che allora dava soddisfazioni (senza allusioni agli effetti psicogeni), seppur con i duri processi produttivi a cui erano sottoposti donne e uomini.

Questo sentimento spesso sopravanza la razionalità con cui si dovrebbe affrontare una filiera (termine fin troppo richiamato) che dovrebbe assicurare un minimo di valore ai produttori. Negli ultimi 4 lustri, che è più o meno il lasso di tempo in cui si sono moltiplicati i tentativi di ridare una giovinezza produttiva alla canapa, non si vedono ancora soluzioni anche parzialmente appaganti sotto il profilo della remunerabilità. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso l’Italia era il secondo produttore mondiale di canapa dopo la Russia e contava fino a 100 mila ettari seminati per un milione di quintali prodotti. Oggi nel Paese sono quasi 4.000 gli ettari di canapa seminati.
Facile da produrre, difficile da commercializzare. Si contano numerosi i tentativi andati a vuoto di imbastire una filiera capace di assicurare il ‘minimo sindacale’ per i coltivatori.

canapaQualche rarissimo esempio c’è, ma si parla di nicchie, quando la coltura sarebbe completamente meccanizzabile, oltre che miglioratrice dei terreni. Canapa da fibra, da biomassa, per materiali da utilizzare in edilizia e altro ancora. Poi gli usi alimentari ed estetici: recentemente il Ministero della Salute ha emanato il decreto che indica i limiti massimi di Thc (tetra idro cannabinolo, la sostanza attiva) negli alimenti. Un provvedimento che mette gli agricoltori nelle condizioni di operare in un regime di maggior trasparenza e minore incertezza. In questo caso si apre uno spiraglio produttivo, con limiti dettati dalla normativa, ma nell’ambito di un mercato che potrebbe espandersi e dare un impulso al comparto.

I livelli di Thc proposti, però, restano assai restrittivi per i produttori e, secondo la Cia, va avviata una discussione tra il Ministero della Salute e tutti gli operatori della filiera con l’obiettivo di alzare i limiti massimi del tetraidocannabinolo negli alimenti, fissati ora nel decreto, anche per essere più concorrenziali sul mercato.
L’offerta di questa pianta e dei suoi derivati, che proviene da Paesi fin troppo competitivi, è una barriera difficile da superare per gli agricoltori italiani a meno chè non si metta a fuoco un progetto capace di coinvolgere industria e rete commerciale dove venga codificato anzitempo il valore da distribuire lungo filiera e scongiurare perdite di tempo e redditività.

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