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È sempre più difficile accedere ai servizi della sanità pubblica

Gennaio 2015

S.G.
 
DALLA REDAZIONE – Inefficienze e disservizi sanitari ormai sotto gli occhi di tutti e, nello stesso tempo, costi sempre più alti per i pazienti. I cittadini lamentano ritardi nella diagnosi, difficoltà ad accedere ad alcuni esami a causa del ticket, riduzione dei servizi soprattutto a livello ospedaliero e ambulatoriale. Pesano inoltre i problemi legati alla conciliazione della malattia con il lavoro, sia per il paziente che per la famiglia che l’assiste.

È questo il quadro che emerge dal XIII Rapporto sulle politiche della cronicità, dal titolo “Servizio sanitario: pubblico accesso?” presentato il 2 novembre scorso a Roma dal Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva.
In una ipotetica scala, si evince che al primo posto per i pazienti con patologie croniche e rare, si collocano tre desideri: dirigenti sanitari nominati per merito e non per scelte esclusivamente politiche; poter accedere a esami e visite in tempi adeguati; non essere costretti a girare dieci uffici per avere una risposta e poter prenotare gli esami in maniera semplice e standardizzata.
Per rispondere alla domanda Servizio Sanitario: pubblico accesso? sono risultate necessarie cinque azioni: riorganizzare i servizi socio sanitari con un impegno serio nell’assistenza territoriale; coinvolgere le associazioni nelle scelte per orientare il sistema ai bisogni; dare centralità e rafforzare i diritti e le garanzie per i cittadini; rafforzare la lotta agli sprechi e alle inefficienze; rispettare i tempi e gli impegni definiti nel Patto per la Salute 2014-2016. Tutto questo si deve fare concretamente a partire dalla definizione di standard nazionali per l’assistenza territoriale, percorsi diagnostici terapeutici nazionali di riferimento per le Regioni e approvazione del Piano nazionale della cronicità.
È necessario riconoscere e praticare da subito la partecipazione delle associazioni dei cittadini e pazienti nelle scelte in sanità, ormai non più rinviabile, come dimostrano le decisioni da assumere per l’innovazione farmacologica, per la revisione di ticket ed esenzioni prevista dal Patto, oltre che per lo snellimento della burocrazia inutile. Non è sostenibile per nessuno ipotizzare arretramenti su diritti e garanzie, anzi è necessario lavorare sulla loro effettività e rafforzamento a partire da: riconoscimento del merito nelle nomine, certezza ed effettività di accesso a invalidità civile ed handicap, sostegno alle politiche sociali.
Dal XIII Rapporto sulle politiche della cronicità emerge inoltre un Servizio sanitario nazionale in “affanno”, che si sta ripensando, ma che è ancora lontano dal garantire l’accesso a servizi appropriati in tutte le Regioni. Intanto i costi privati per l’assistenza aumentano, 9.704 euro in media l’anno per la badante, 17.435 euro per la retta della struttura residenziale o semiresidenziale, 1.233 euro per le spese di viaggio per cura, quasi altrettanti (1.029 euro) per l’alloggio, 737 euro per l’acquisto di farmaci e così via. I sacrifici richiesti attraverso la maggiore contribuzione non sono, in molti casi, ripagati dall’assistenza fornita; se pensiamo ad esempio all’assistenza domiciliare erogata in media da un minimo di 1,2 ore ad un massimo di 4,2 ore al giorno, per massimo 4 giorni a settimana. Oltre il 60% delle associazioni dichiara di aver sperimentato disservizi, legati in gran parte alle difficoltà di individuare il centro di cura e alla riduzione delle attività ambulatoriali.
A questi si aggiungono i costi per adattare la propria abitazione alle modificate esigenze di salute, in media 9.440 euro. Piovono così le rinunce, determinate dagli alti costi, come denuncia l’80% delle associazioni: il 53% dice di rinunciare alla riabilitazione; il 47% all’assistenza psicologica, il 44% ai parafarmaci, il 41% ai farmaci non rimborsati, il 35% all’assistenza domiciliare, il 29% alla badante, il 26,5% alle cure odontoiatriche, il 17,6% ad andare in strutture residenziali e semiresidenziali, il 14,7% all’assistenza protesica ed integrativa.

Le difficoltà legate alla conciliazione fra malattia e lavoro

La prima difficoltà espressa dalle famiglie alle associazioni coinvolte nella rilevazione (73,8%) è conciliare l’orario di lavoro e assistenza. Un ulteriore peso è rappresentato dalla necessità di spostarsi fuori regione (69%) e la tanto odiata burocrazia (57,14%). Nonostante i tentativi di nascondere la propria patologia (58,5%), di eseguire un lavoro troppo pesante (43,9%) e non prendere permessi di cura (29,3%) un’associazione su due ha ricevuto segnalazioni di licenziamenti a causa della propria patologia.

La prevenzione.

Oltre il 50% delle associazioni sostiene che le campagne di prevenzione sono sporadiche e non hanno seguito e, inoltre, il 44% ritiene che le stesse non coinvolgono a sufficienza medici e pediatri di famiglia. Per quanto riguarda la prevenzione terziaria, l’ostacolo principale è rappresentato dalla mancanza di formazione del paziente e dei ‘care giver’, ovvero volontari (51,7%).

Diagnosi.

Il 90,7% delle associazioni registra ritardi diagnostici, dovuti alla sottovalutazione o non comprensione dei sintomi da parte dei medici di medicina generale (78,9%), alla complessità della diagnosi e difficoltà nel trovare il centro o lo specialista di riferimento (50%) o ancora all’inadeguatezza degli esami diagnostici prescritti (36,8%).
 

Assistenza domiciliare.

L’assistenza domiciliare è estremamente variabile: si va da un minimo di 1,2 ore ad un massimo di 4,2 ore al giorno, e per non più di 4 giorni a settimana. Le Regioni in cui va peggio sono quelle del centro sud, ma anche le Isole. Inoltre, sono spesso assenti alcune figure professionali importanti come lo psicologo per il 73,1%, il fisioterapista (57,7%), l’infermiere (34,6%) e lo specialista (30,8%).
 

Ticket ed esenzione.

Il 37,8% di associazioni dichiara di avere avuto difficoltà di accedere ad esami diagnostici a causa del ticket, non tutti gli esami necessari per il controllo della patologia sono coperti dall’esenzione (34,5%), mentre ve ne sono altri per cui esiste l’esenzione ma che ormai sono superati da esami più innovativi (12,9%).
 

Farmaci.

Il 36,7% segnala l’interruzione della terapia farmacologica, determinata per oltre il 70% dei casi da problemi di budget dell’ospedale o della Asl . In un caso su due  si verifica un problema di aderenza alla terapia, generato dalla difficoltà di ricordare la posologia (60%) o dagli effetti avversi (44,4%).  Altro motivo di rinuncia è la difficoltà di farsi prescrivere il farmaco su ricetta rossa 27,8% (lo specialista ed il medico di famiglia si rimpallano la responsabilità).
 

Invalidità.

Crescono nel 2013 le difficoltà ad accedere all’assegno di invalidità (+12%). In particolare, i pazienti sono costretti a subire valutazioni variabili, eseguite in molti casi con superficialità da chi non ha una esatta conoscenza della patologia e con una conseguente sottovalutazione della situazione.
Su questi temi forte sensibilizzazione e attenzione da parte della Anp che ha ripetutamente denunciato ritardi e percorsi tortuosi per ottenere il riconoscimento dell’invalidità civile, benefici previsti dalla legge ma a volte negati, visite di controllo per accertare patologie irreversibili che non possono migliorare e, nel frattempo, pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento sospese. Sono aumentate nel 2012 le segnalazioni di malati, già provati dalle loro condizioni, che si sentono vessati da una burocrazia che complica ancor più la vita.
Ancora oggi i malati incontrano difficoltà nella presentazione della domanda per l’invalidità civile, che da gennaio 2010 va inoltrata per via telematica all’Inps, previa certificazione medica: le segnalazioni sono passate dal 30,1% del 2011 al 34,1% del 2012. “La procedura telematica avrebbe dovuto snellire l’iter, ma non è stato così secondo i cittadini che ci hanno contattato – riferisce Sergio Giunchi, presidente Anp di Forlì Cesena – mentre quasi tutti i pensionati hanno dovuto rivolgersi a un patronato per farsi aiutare». Aumentano i tempi di attesa: in media 8 mesi solo per essere convocati alla prima visita, mentre secondo le norme dovrebbe avvenire per i pazienti oncologici entro 15 giorni dalla presentazione della domanda, per gli altri malati entro 3 mesi (la circolare Inps n. 131 del 2009 prevede addirittura entro 30 giorni)”. Dopo la visita, la ricezione del verbale avviene in media dopo 11 mesi e l’erogazione dei benefici dopo un anno. “Tempi inaccettabili, se si pensa che il verbale permette a un malato cronico, in assenza di un’esenzione già riconosciuta, di non pagare ticket sanitari sempre più elevati, oppure di usufruire di permessi lavorativi per curarsi”, sottolinea ancora Giunchi. A risentire maggiormente dei disagi sono i pazienti più fragili: il 39% di chi si è rivolto al Patronato Inac per queste problematiche ha una malattia oncologica, sebbene il legislatore abbia previsto per loro un percorso semplificato e maggiori garanzie; seguono coloro che soffrono di una malattia cronica e neurologica degenerativa, che hanno patologie legate all’età (Alzheimer), i malati rari, chi ha problemi di salute mentale.
Giunchi precisa inoltre che la tutela della salute è un diritto costituzionale che lo Stato deve garantire. Essa rappresenta, forse, la principale preoccupazione dei pensionati e di tutti i cittadini. Si assiste al susseguirsi di ogni sorta di allarmismo verso il servizio sanitario pubblico in merito ai costi delle Regioni ritenuti eccessivi ed agli obblighi per le Asl di pareggio del bilancio, presi a pretesto per reintrodurre i ticket; si registrano reazioni negative dei cittadini nei confronti dei Piani regionali di riorganizzazione, per i casi di inefficienza e per le lunghe liste di attesa, sempre denunciate dalla Associazione, per usufruire di prestazioni specialistiche.
L’Anp inoltre ritiene di primaria importanza che nei Comuni rurali e svantaggiati rimangano, potenziandoli, i presìdi sanitari i quali non richiedono il ricorso a complessa organizzazione, ma sono capaci di rispondere alle richieste di intervento delle comunità di quelle aree geografiche.

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