Il declino delle fragole: da leader, ora la Romagna segna il passo - Agrimpresaonline Webzine

Il declino delle fragole: da leader, ora la Romagna segna il passo

Aprile 2015

DALLA REDAZIONE – Dopo tre anni di cali nel consumo il settore dell’ortofrutta registra un +1% rispetto all’anno precedente che equivale a 7,9 milioni di tonnellate di acquisti. In realtà, nel Duemila gli italiani consumavano 461 chili di ortofrutta mentre oggi i chili sono 328. Si cresce grazie ai piccoli frutti: melone (20 mila tonnellate in più), mele e radicchi (+8%).

I dati sono del neonato centro studi Macfrut Consumer’s Trend che, insieme al Cso, Centro servizi ortofrutticoli, racconterà ogni mese l’andamento del mercato verde in Italia. E a proposito di racconti, tra i prodotti che si affermano e, anzi, rilevano un aumento negli acquisti, c’è la fragola in crescita del 4% rispetto al 2013 nonostante un’annata disastrosa in termini commerciali, e analizzando i dati storici elaborati da Cso, si evidenzia dal 2005 ad oggi un incremento dei consumi pari al +27%. Il successo e l’apprezzamento dei consumatori è legato sicuramente anche all’altissimo contenuto di innovazione della fragolicoltura italiana.
Innovazione varietale, soprattutto, e innovazione agronomica, grazie alle tecniche messe a punto per ampliare il calendario commerciale garantendo, comunque, un prodotto a basso impatto ambientale ed alto valore qualitativo.
“In Italia si acquistano oggi 85.000 tonnellate di fragole (dato 2014) – spiega Elisa Macchi, direttrice di Cso – e la fragola si sta sempre più destagionalizzando, con picchi di consumo nei mesi da marzo a giugno, e un richiamo anche ad agosto”. I problemi, però, non mancano. Se il consumo di fragole aumenta, le superfici destinate alla sua coltivazione registrano un calo rispetto agli investimenti dello scorso anno. Con circa 3.570 ettari la fragolicoltura specializzata in Italia scende del 4% e si colloca su valori molto simili a quelli del 2011.

Tra le zone in cui il calo della superficie coltivata è stato maggiore, ci sono la Calabria (-20%) e la Sicilia (-5%). La Campania, che si conferma prima regione di produzione italiana, perde solo l’1% proponendo come leader sul mercato la varietà Sabrina della Coop Sole, una fragola dalle eccezionali caratteristiche estetiche, colore brillante, bella forma, compattezza del frutto e caratteristiche organolettiche uniche. La Basilicata, al secondo posto in termini di produzione è in controtendenza, con una crescita produttiva del +9% grazie anche alla varietà Candonga, commercializzata a marchio Solarelli del Gruppo Apofruit,
apprezzata in termini commerciali e dal mercato che ritrova il sapore e il profumo di un tempo, un buon aspetto estetico e una buona resistenza alla conservazione.
Nel nord il Veneto si conferma regione leader nonostante un calo di circa 100 ettari rispetto al 2014. In Emilia Romagna la flessione è del 6% e calano anche le province di Bolzano e Trento (-12% e -5%). In controtendenza il Piemonte, con una crescita del 13%. In Romagna, e a Cesena in particolare, fino agli anni ’80 la fragola ha rivestito un ruolo rilevante nel comparto agricolo, per poi subire un lento declino, per numero di produttori e in termini di superfici coltivate, che, ad oggi, si attestano a poco più di 100 ettari.
Una crisi che, però, si può ancora arginare come è stato messo in evidenza in un incontro tecnico sul tema “Fragola in coltura protetta e pieno campo: innovazioni tecniche e difesa” svoltosi recentemente a Cesena e promosso dal Crpv (Centro ricerche produzioni vegetali), unitamente al Mercato Ortofrutticolo, nell’ambito del Programma di Sviluppo rurale della Regione Emilia Romagna. Il segnale che ne è scaturito è che l’innovazione e produzione di frutti di alta qualità potrebbe essere una soluzione. Daniele Missere del Crpv ha sottolineato come le innovazioni sulla tecnica colturale e la difesa fitosanitaria possono contribuire a rilanciarla, mentre Gianluca Baruzzi del Cra, Unità di Ricerca per la Frutticoltura di Forlì, sul piano tecnico ha evidenziato i vantaggi che si possono ottenere coltivando piantine di fragola a “cima radicata” in alternativa a quelle “frigo conservate”. Dunque, occorre maggiore specializzazione dei produttori e più accurate procedure colturali (allungamento del calendario di raccolta, maggior protezione degli impianti).

Per Andrea Grasso, direttore tecnico di Apofruit, sono tre gli elementi che determinano la crisi della produzione in Romagna: la mancanza di nuove varietà che si adattino al terreno di crescita, la forte competizione europea e la richiesta di elevati investimenti annuali costanti.
“Negli anni – dice Grasso – i paesi nord europei come la Germania, Spagna e Svizzera hanno iniziato ad auto produrre fragole” utilizzando spesso varietà licenziate dal vivaismo italiano, idonee a quelle latitudini.
Il Civ, Consorzio italiano vivaisti con sede a Ferrara è uno dei Centri di miglioramento genetico e selezione di altre specie frutticole più importanti d’Europa ed esporta il 65% della produzione vivaistica, mentre in Italia l’attività è bassissima perché, come rileva il direttore dei vivai Mazzoni e genetista al Civ di Ferrara, Michelangelo Leis: “Siamo frenati, spesso, dalle scelte autarchiche di certe aziende”. E nei paesi esteri i tempi delle produzioni, a volte, anticipano i nostri.
Nel Regno Unito, ad esempio, l’estate è arrivata a fine marzo e nei supermercati, grazie all’inverno mite e il più soleggiato dal 1929, sono già arrivate le fragole “made in England” con quattro settimane di anticipo rispetto alla norma.
Solitamente le fragole in vendita in questo periodo dell’anno, infatti, sono coltivate in serra o provenienti da mercati esteri. Ma i problemi di rilancio non riguardano solo la Romagna.
Manca anche il rinnovo generazionale nelle campagne. “Negli anni 80-90 – dice ancora Grasso – i giovani li abbiamo allontanati dall’agricoltura, in Europa non ci sono contadini ci sono imprenditori. Ci siamo seduti, insomma, sugli allori. E poi manca la ricerca genetica perché mancano i fondi, non certo perché mancano i ricercatori”. E poi ancora i costi. “Quelli della manodopera, – aggiunge Claudio Burioli titolare di un’azienda nel cesenate che produce circa 100 quintali di fragole. Questo è un frutto delicato perché non ha buccia, si raccoglie e si mette nei cestini a mano, non si usano le macchine. Ma la manodopera costa e gli italiani non vogliono più fare questo lavoro perché è faticoso e il guadagno è poco.
E poi parliamo anche dei costi per i trattamenti, servono soldi per il nylon delle serre e servono soldi per ripararle quando si strappano per il forte vento o per il peso della neve. La spesa per la fragola si aggira sull’euro e 30 centesimi, lo scorso anno me l’hanno pagata un euro e 10 centesimi.

A tutto questo aggiungiamo le spese burocratiche e l’Imu e siamo già in perdita. Forse questo è l’ultimo anno che coltivo le fragole e a pensarla come me sono altri agricoltori della zona. In Italia eravamo i migliori, oggi é un gioco al massacro”.

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