Il gender gap in agricoltura? Per annullarlo servono ancora 80 anni - Agrimpresaonline Webzine

Il gender gap in agricoltura? Per annullarlo servono ancora 80 anni

Settembre 2015

di Gaia Fiertler

Il mandato di Expo è nutrire il pianeta. Le donne sono le nutrici per eccellenza e sono delle organizzatrici nate che, messe ai posti di comando, potrebbero aumentare produttività e sostenibilità del sistema economico.

Lo dimostrano ricerche internazionali su aziende con cda a maggioranza femminile, lo sostiene la Fao in campo alimentare. Se le donne africane, sudamericane e asiatiche avessero la medesima possibilità di accesso alle risorse agricole (terra, acqua, sementi, bestiame, macchinari), tecnologiche (agricole e digitali) e finanziarie degli uomini, si avrebbe un incremento di produzione del 20-30%. In grado di sfamare 150 milioni di persone, equivalenti alla popolazione di Francia e Gran Bretagna messe insieme, o anche di Cile, Kenya, Turchia e Malesia insieme (stime Fao).

Che ruolo giocano invece le donne nel settore agricolo?

Nei paesi in via di sviluppo rappresentano il 43% della forza lavoro in occupazioni con basse retribuzioni, lavoro part-time e stagionale. Certo si registrano qua e là iniziative virtuose, ma l’impatto è locale e non si replicano altrove. Come la Sewa (Self Employed Women’s Association), l’associazione di donne della regione del Gujarat nell’India occidentale, che hanno iniziato con due dollari a testa per comprare un camioncino che fa il giro delle case per ritirare il miglio e portarlo in un magazzino per lo stoccaggio, il confezionamento e la vendita. Perché la perdita del raccolto è ancora un grossa fetta dello spreco alimentare nelle zone del mondo dove manca tutto: sistemi di stoccaggio e di conservazione e infrastrutture. Ma oggi la Sewa conta due milioni di socie e comprende anche servizi di sostegno come assicurazioni mediche e sulla vita, microcredito e formazione.

Un’altra bella esperienza è quella delle Associazioni Chama in Kenya, donne intraprendenti e affidabili che promuovono microprogetti di sviluppo economico del territorio, raccogliendo fondi con il microcredito. Eppure, nonostante l’affidabilità delle donne, il gender gap resta ancora alto nel settore agricolo, e non solo nei paesi emergenti.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Chiara Mussida, ricercatrice della Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza, studiosa delle differenze di genere nell’economia del lavoro.

Cosa c’è all’origine di questa differenza di accesso alle risorse?

La barriera principale nei paesi in via di sviluppo, che genera le altre, è la mancanza di istruzione e di formazione tecnica. Finché le donne verranno mantenute in posizione secondaria e non si daranno loro gli strumenti, prima di tutto culturali, per pensarsi in un ruolo diverso, sarà molto difficile che ne aumenti la partecipazione e, soprattutto, in posizioni direttive e gestionali. Ma c’è un problema culturale e di abitudini profondamente radicate che non permettono l’accesso all’istruzione delle donne.

Le donne hanno un peso maggiore nell’agricoltura di Paesi maturi come il nostro?

Purtroppo no. Anche se in Europa l’istruzione è alta, con un trend crescente nell’ultimo ventennio (recuperando il gap rispetto agli uomini, soprattutto nell’istruzione terziaria), ci sono alcune similarità con i paesi più disagiati. In Italia prevalgono lavori stagionali e part-time di carattere operativo, oltre a essere molto meno in termini di occupazione. I dati Eurostat sul decennio 2005-2014 riportano una contrazione delle donne occupate in agricoltura dal 3% al 2,4% in Italia, mentre gli uomini restano stabili al 4,7%. Piuttosto, la crescita si è verificata nei servizi (+4,3% con l’86% dell’occupazione), ma anche in questo caso per lavori poco remunerati, come l’assistenza e la cura degli anziani. Inoltre, tenuto conto che l’agricoltura pesa pochissimo in Italia, l’1,2% del Pil, in generale l’imprenditorialità femminile ha avuto una contrazione dell’1,4% (19%), mentre gli uomini che erano già al 30% (contro il 20% femminile), hanno avuto una contrazione dello 0,4%. Anche nel settore industriale è maggiore la presenza maschile (32,9%) contro l’11,6% femminile, con una contrazione del 2,6% rispetto al 3,6% delle donne.

Quindi il gender gap in agricoltura è in linea con gli altri settori?

Ahimè sì, c’è un fattore culturale e di mancanza di fiducia verso le donne, per esempio nell’accesso al credito, che ancora ci discrimina. Il Global gender gap sostiene che ci vorranno ancora 80 anni per annullare le differenze nell’accesso a lavori parimenti qualificati.

Ci sono Paesi europei con una maggiore presenza femminile?

Pur avendo avuto tutti una contrazione legata alla crisi e alla concorrenza asiatica, i Paesi europei dove le donne sono più presenti nel settore agricolo sono Romania (30%), Bulgaria (13,2%), Polonia (10%) e Portogallo (8,5%).

Cosa pensa dell’associazionismo femminile nei Paesi emergenti?

Penso sia una buona cosa, ma ci vorrà molto tempo perché dia risultati significativi che invertano il trend attuale.

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