Il nocciolo può dare buone soddisfazioni a sud della via Emilia

Settembre 2017

Centro ricerche produzioni vegetali

CESENA – Il nocciolo (Corylus avellana) originario della Mesopotamia, è oggi diffuso nel bacino del Mediterraneo e recentemente nel nord America.

I principali paesi produttori sono la Turchia con circa il 70% della produzione mondiale, l’Italia (13%), l’Oregon-USA (4%), la Georgia e l’Azerbaijan (3%), seguono Spagna e Francia.
In Italia sono oltre 120.000 tonnellate le nocciole prodotte, su una superficie di 75.000 ettari distribuiti nei territori della Campania, del Lazio, del Piemonte e in misura minore della Sicilia; di queste il 50% viene destinato all’industria (in aumento), il 40% alla pasticceria e il restante 10% commercializzate in guscio.
Il nocciolo ha un largo adattamento alle condizioni climatiche, tuttavia trova l’ambiente ottimale in aree con temperature estive che oscillano tra i 23 ei 28°C; valori superiori ai 35°C con scarsa umidità possono portare a scottature e disseccamento delle foglie, mentre le minime invernali non devono essere inferiori a -10 (soglia di resistenza delle infiorescenze femminili).

La coltivazione predilige terreni tendenzialmente sciolti, permeabili, fertili, con pH da 5,5 a 7,8, ricco di sostanza organica, con CaCO3 attivo inferiore all’8%. Può essere coltivato senza irrigazione in zone con sufficiente riserva idrica, caratterizzate da piogge di almeno 800 millimetri, regolarmente distribuite durante l’anno. Ai fini del successo della coltura sono determinanti le scelte preliminari all’impianto e la qualità del materiale di propagazione che dovrà essere certificato sia dal punto di vista genetico che sanitario. Parliamo di una specie monoica autoincompatibile, cioè i fiori maschili di una pianta non impollinano quelli femminili della stessa pianta o di altre piante della stessa cultivar, quindi in un impianto specializzato è necessario introdurre una o più varietà impollinatrici nella misura del 10-12%.

In Italia e nel mondo il nocciolo viene allevato con sesti d’impianto variabili, assegnando ad ogni pianta un’area utile fino a 35 m2, le distanze tra i filari possono variare da 4 a 6 metri e quelle sulla fila da 3 a 6 m, secondo la fertilità del suolo, della disponibilità irrigua, del vigore della cultivar e della forma di allevamento. Quest’ultima varia in base all’areale di produzione: in collina, a cespuglio o vaso cespugliato con sesti di impianto più ampi (280 piante/ha), mentre in pianura ad alberello e cespuglio policaule, raggiungendo sovente le 400 piante/ha. In Italia il nocciolo non è comunemente oggetto di particolari tecniche di potatura, infatti ci si limita ad un diradamento delle pertiche invecchiate, ad una rimonda della chioma ed alle usuali ed indispensabili spollonature.

Dal punto di vista commerciale la scelta varietale è di fondamentale importanza per una coltura come il nocciolo, perché essa è caratterizzata da un lungo orizzonte temporale degli investimenti. Di fatto risulta penalizzato dal ritardo di entrata in produzione in quanto i ricavi iniziano al quarto anno e diventano positivi solo a partire dal settimo, richiedendo grossi anticipi di capitale, nonostante ciò la redditività complessiva della coltura in questo momento è superiore a quella di altri fruttiferi.

L’industria dolciaria, richiede frutti di forma sferica, dimensione media, elevata pelabilità, buona resa dello sgusciato, assenza di difetti (nocciole vuote, doppie, raggrinzite, ammuffite, cimiciate). Lo standard varietale nazionale, pur essendo in grado di rispondere adeguatamente a queste richieste, andrebbe ampliato attraverso un lavoro di miglioramento genetico. Le principali varietà oggi in commercio sono: Tonda Gentile delle Langhe, Tonda Gentile Romana, Tonda di Giffoni, Mortarella, Lunga S. Giovanni, Tonda bianca, Tombul, Palaz, Fosa (Turchia); Negreta, Pauetet (Spagna). Per contro, la necessità di abbattere i costi di produzione presuppone inevitabilmente la meccanizzazione parziale o integrale delle operazioni agronomiche che sono la spollonatura, la potatura, la trinciatura dei residui e, in particolare la raccolta dove l’introduzione di macchine sempre più specializzate ha permesso di rendere più competitiva la coltura. Il fabbisogno nazionale è coperto per il 65% dalla produzione nostrana per cui si aprono ampi spazi di crescita per questa coltura, anche se esiste un problema di volatilità dei prezzi ancorché cresciuti nell’ultimo triennio in maniera significativa. La domanda di nocciole è in continuo aumento, quindi anche le superfici investite seguono lo stesso trend, con l’unica eccezione della Spagna mentre nel nostro paese il solo Piemonte è in forte crescita mentre le altre regioni segnano il passo.

Oggigiorno in Emilia Romagna esistono le condizioni per sviluppare una filiera corilicola di qualità, in grado di garantire elevati standard all’industria, vero motore della richiesta di nocciole sul mercato e garantire buone soddisfazioni agli agricoltori. Infatti, da una prima analisi emerge che i territori a sud della via Emilia appaiono potenzialmente i più adatti, per suolo e clima, se irrigati e con basse pendenze per non ostacolare la raccolta meccanica.

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