L’umidità dei terreni è una causa della moria del kiwi

kiwi

Daniele Missere, tecnico Crpv

CESENA – La “moria” del kiwi è un fenomeno relativamente nuovo che sta interessando ampie zone di coltivazione del Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Friuli.
Recentemente il fenomeno ha iniziato a interessare anche areali di coltivazione più meridionali quali il Lazio e la Calabria. In tutte le aree dove si è manifestato, ha mostrato lo stesso andamento nella comparsa e diffusione del fenomeno: avvizzimenti della parte aerea della pianta soprattutto nel periodo estivo, riduzione della pezzatura dei frutti, forte riduzione e marciume del capillizio radicale, morte della pianta.

Il fenomeno interessa sia le cultivar a polpa verde che quelle a polpa gialla ed è maggiormente presente negli impianti situati in pianura, ma può estendersi anche verso zone declivi. Gli studi finora effettuati hanno consentito di stabilire che la “moria” sembra fortemente correlata a un eccesso di umidità del terreno, che può verificarsi sia a seguito di una somministrazione eccessiva dell’acqua di irrigazione mediante la tecnica dello scorrimento, sia a eccessi di piovosità caratterizzati dal perdurare dei giorni piovosi e da un volume di pioggia molto elevato (cambiamenti climatici).

Lo stabilirsi di condizioni di elevata umidità nel terreno per un periodo prolungato, comporta l’instaurarsi di condizioni di asfissia radicale che possono perdurare anche a lungo. Inoltre, il compattamento del suolo che si verifica a seguito del passaggio delle macchine agricole aggrava la situazione. Ne consegue che, nel terreno compattato ed asfittico, si alterano i normali equilibri nella composizione e prevalenza dei microrganismi che vi risiedono.

Le indagini di campo finora condotte hanno evidenziato come tutti i fenomeni di moria partono da situazioni di terreni poco drenanti con percentuali di limo che arrivano anche a 70-80% e contenuto di sostanza organica molto bassa. In queste situazioni si insediano delle comunità microbiche che influiscono sul deperimento dell’actinidia. Alcuni studi hanno confermato il coinvolgimento di uno o più fattori biotici nella moria dell’actinidia, anche se sono ancora poco chiari gli aspetti legati all’eziologia e all’epidemiologia della fisiopatia. Esperienze condotte nel Veronese non hanno prodotto risultati lusinghieri in termini di recupero degli impianti sintomatici. Sono state tentate diverse operazioni con l’obiettivo di arieggiare il terreno e ripristinarne la struttura, quali scarificature, erpicature profonde, utilizzo di arieggiatori, ma senza ottenere risultati significativi. Si conferma pertanto l’irreversibilità del fenomeno dal momento in cui la pianta ne mostra i sintomi.

Diverso il caso dei nuovi impianti dove, invece, potrebbe essere possibile prevenire la moria adottando nuove e diverse modalità di esecuzione degli stessi. L’apporto di una sostanza organica in grado di trasformarsi in humus stabile, unita a un’accurata lavorazione del terreno, dovrebbe essere la prima operazione da fare per stimolare la formazione di una struttura stabile e garantire così una buona micro e macro porosità del suolo. Per ovviare, poi, ai possibili periodi di piogge intense e prolungate, è necessaria l’adozione di una baulatura accentuata sulla fila, tipo a doppia falda), con una differenza tra il colmo e la base di almeno 50 cm: si verrebbe così a costituire un’ampia porzione di terreno sopra il livello di campagna dove l’apparato radicale potrà crescere e svilupparsi senza andare incontro a pericolosi periodi di assenza di ossigeno.

Infine, il sistema di irrigazione a scorrimento dovrebbe essere abbandonato a favore di sistemi di irrigazione localizzata con microjet o a goccia, senza l’obbligo di turni irrigui fissi, ma basandosi sulla reale necessità della pianta e sul reale stato idrico del suolo, anche con l’ausilio di tensiometri.

Utile potrebbe risultare anche l’apporto periodico di microrganismi, quali funghi e batteri antagonisti, funghi micorrizici, che potrebbero incrementare l’attività biologica del suolo. Sempre restando in tema di nuovi impianti, recenti esperienze condotte nel Cuneese evidenziano come la moria può essere controllata grazie all’utilizzo di portinnesti che garantiscano una buona adattabilità alle peculiari condizioni pedologiche che si riscontrano negli actinidieti in deperimento. I portinnesti a disposizione sono, Sav 1, Selezione D1 e Selezione Z1.

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