L’importanza della ricerca nel settore ortofrutticolo: i programmi del Crea di Forlì sulle specie frutticole

Claudio Ferri

La sede del Crea di Forlì si occupa di innovazione varietale e conduce programmi di miglioramento genetico su alcune specie in particolare pero, melo, pesco, ciliegio e fragola. Su queste specie il Consiglio per la ricerca in agricoltura romagnolo porta avanti programmi di miglioramento genetico.

“Vengono condotti in cofinanziamento, con la collaborazione stretta delle associazioni di produttori – spiega Gianluca Baruzzi, ricercatore del Crea di Forlì – i quali cofinanziano la ricerca indicandone gli obiettivi, evidenziando cioè le esigenze specifiche sulle specie di cui si occupano. I produttori diventano così co-titolari e partecipano anche alla gestione delle varietà sviluppate. È un aspetto molto importante: i produttori che collaborano con il Crea effettuano il collaudo finale del materiale, e quindi le varietà che vengono messe sul mercato hanno caratteristiche positive già validate sul campo”.

Come funziona concretamente questo processo?

In pratica, noi ricercatori — io e tutto lo staff di Forlì — conduciamo una serie di operazioni dal laboratorio, alla serra, fino al campo. Ma a un certo punto il ricercatore si ferma e passa il testimone ai produttori e agli operatori del settore commerciale, che prendono la decisione finale sull’eventuale diffusione commerciale. Faccio l’esempio dell’ultima nata: una nuova varietà di fragola chiamata Dafne, presentata la scorsa settimana nel veronese. Deriva da un programma di miglioramento genetico che conduciamo con Apo Scaligera. Questa nuova varietà è stata valutata negli ultimi due o tre anni da un numeroso gruppo di fragolicoltori del veronese che, alla fine, anche con il coinvolgimento degli operatori commerciali, hanno espresso un giudizio positivo: la varietà ha piena validità e può essere messa sul mercato. Nei prossimi anni ne testeremo la validità anche in altri areali, anche nel Nord e nel Centro Europa, dove questa varietà — precoce, produttiva, con buone qualità organolettiche e con una buona resistenza della pianta ai patogeni dell’apparato radicale — potrà esprimere al meglio il suo potenziale.
La resistenza ai patogeni radicali è un aspetto molto importante: con le limitazioni sull’uso dei fumiganti del suolo e di alcuni principi attivi chimici, è fondamentale disporre di varietà rustiche, dotate di elevata tolleranza o resistenza ai patogeni dell’apparato radicale e del colletto. Sono caratteristiche che negli anni erano state in parte trascurate a favore di altri aspetti, ma che oggi tornano centrali.

Anche a causa dei cambiamenti climatici?

Assolutamente sì. L’andamento climatico anomalo ha portato alla luce nuove patologie o ne ha risvegliate altre. A ciò si aggiunge la progressiva eliminazione dal mercato di alcuni principi attivi — si pensi, nel caso del pero, alla maculatura bruna. Abbiamo sempre più bisogno di nuove varietà tolleranti o resistenti a questi patogeni, che possano essere contenuti proprio attraverso la genetica. Su questo fronte, ad esempio, stiamo lavorando intensamente sul pero. È già stata diffusa la varietà Carmen precoce, che negli ultimi 20-25 anni ha avuto un buon successo. E stiamo lavorando molto sulla tolleranza e resistenza alla maculatura bruna: alcune nostre linee mostrano già questa resistenza. Siamo impegnati sugli ibridi interspecifici e siamo molto vicini alla diffusione commerciale di una nuova selezione derivante dall’incrocio tra il pero asiatico e il pero europeo.
Anche su pesco e ciliegio ci sono novità: due nuove varietà di ciliegio, Isied e Giored, diffuse dalla nostra sede, stanno intraprendendo un percorso di commercializzazione in esclusiva con un’azienda italiana.

Parliamo di pesco: la Romagna è stata tra le aree pioniere di questa coltura, salvo poi subire una regressione. Cosa si sta facendo?

Con la collega, la dottoressa Giovannini, che si occupa principalmente del breeding del pesco, stiamo lavorando su alcuni aspetti molto interessanti.
Uno di questi è il carattere della varietà Stony Hard, una caratteristica particolare che consente una lunga tenuta del frutto durante la maturazione: si tratta di frutti che possono essere raccolti in una finestra temporale molto ampia e che hanno una shelf life prolungata. È un carattere piuttosto innovativo, che potrebbe aprire sbocchi commerciali notevoli per un prodotto tradizionalmente molto deperibile. Altri aspetti innovativi riguardano la colorazione: stiamo lavorando su polpe antocianiche, polpe rosse intense. C’è un grande interesse verso una frutta colorata, rossa, non solo per l’aspetto visivo, ma perché una polpa rossa è sinonimo di un maggiore contenuto di polifenoli e antiossidanti. Anche sulle pere stiamo esplorando tipologie di polpa rossa, così come già esistono mele a polpa rossa in commercio. Il colore è sempre accattivante per il consumatore, ma in questo caso c’è anche una concreta valenza nutrizionale.

E sulla fragola? Il cesenate era una volta un’area di eccellenza.

Sì, se paragoniamo la fragolicoltura di 30 anni fa, il cesenate era la principale area produttiva a livello europeo. Oggi la fragola in quell’area è quasi scomparsa, per svariate ragioni. Detto questo, sembra che si stia raggiungendo una stabilizzazione: alcune aziende hanno trovato redditività nella coltura, hanno risolto — o perlomeno tamponato — il problema della manodopera, che è stato uno dei fattori principali della perdita di competitività della fragolicoltura del Nord. L’innovazione varietale, con varietà pienamente adatte a questi ambienti, sembra poter dare una spinta alla stabilizzazione della coltura. Va detto che il divario con il Sud è ancora notevole: oggi oltre il 50% della fragolicoltura nazionale, con un arco di raccolta che va da dicembre a giugno proviene dal Mezzogiorno.
La fragolicoltura romagnola, al confronto, produce in una finestra di soli 25-30 giorni.

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