Magda C. Schiff
DALLA REDAZIONE – Per decenni la qualità del vino ha significato struttura e calore alcolico. Oggi il settore affronta una rivoluzione opposta: quella della sottrazione, e mentre il consumo tradizionale flette, i vini No-Lo (No e Low alcol – senza alcol o a bassa gradazione) bussano prepotentemente alle porte delle cantine. Non si tratta più di una curiosità per astemi, ma di un nuovo asset strategico per intercettare i nuovi stili di consumo globali, che ha visto nel 2025 l’anno della svolta anche nel nostro Paese.
Il quadro normativo e il “rientro” della produzione in Italia
Fino a poco tempo fa, infatti, l’Italia viveva un paradosso: le nostre cantine producevano il vino base, ma per dealcolarlo dovevano spedirlo in Germania o Spagna. Il Decreto Ministeriale MASAF n. 672816 del 20 dicembre 2024 ha finalmente colmato il vuoto normativo, recependo il Regolamento UE 2021/2117, il quale stabilisce distinzioni nette basate sul titolo alcolometrico:
– vino dealcolato (No alcol): con titolo alcolometrico volumico effettivo non superiore allo 0,5% vol.;
– vino parzialmente dealcolato (Low alcol): titolo superiore allo 0,5% vol. ma inferiore al limite minimo della categoria originaria.
Alla luce della nuova normativa, l’Osservatorio UIV-Vinitaly in occasione dell’edizione 2025 di Vinitaly, che per la prima volta apriva a questa nuova categoria di vini, aveva stimato per il 2025 un incremento del 60% della produzione nazionale rispetto al 2024. Questo balzo non è dovuto solo a nuovi consumi, ma al rimpatrio delle linee produttive: le aziende italiane ora possono dealcolare sul territorio nazionale, trattenendo il valore aggiunto della trasformazione tecnologica.
Il “No alcol” vince sul “Low”
Secondo le proiezioni 2025 dell’Osservatorio UIV, l’83% della produzione No-Lo sarebbe destinata alla categoria No alcol (≤ 0,5%), lasciando al Low alcol solo il 17%. Le ragioni sono pragmatiche:
– fiscalità: sotto lo 0,5% vol., la bevanda non è soggetta alle accise sugli alcolici in molti mercati esteri;
– logistica: semplifica le procedure di export e permette la vendita in canali preclusi agli alcolici (vending machines, aree fitness);
– target: il 36% dei consumatori italiani (prevalentemente Gen Z e Millennials) dichiara di preferire lo “zero alcol” per ragioni di sicurezza stradale e salute (Fonte: IWSR/UIV 2025);
– pur avendo costi di produzione superiori ha anche un prezzo medio al litro elevato nei mercati premium e permette di presidiare segmenti di mercato nuovi (salutistico, horeca diurno, export halal).
Il dilemma delle Dop e Igp
Il dibattito sulle denominazioni è stato sbloccato dal DM 14 maggio 2025 n. 213946, che ha introdotto importanti novità:
– Dop/Igp Low alcol (ammessa). Potrebbe essere possibile produrre, ad esempio, un Prosecco Doc a gradazione ridotta ma solo previa modifica del disciplinare da parte del Consorzio di Tutela. La legge lo definisce ancora “vino”, mantenendo il legame con l’origine;
– Dop/Igp No alcol (vietata). Resta, nella pratica attuale dei disciplinari, il veto alla versione ≤0,5%. Un vino a denominazione non può essere “zero alcol” perché, giuridicamente, perderebbe la natura merceologica di “vino” per diventare una “bevanda a base di uva”, rendendo incompatibile l’uso del nome tutelato (ad esempio non può esistere un Sangiovese di Romagna “zero alcol”). Questo pone l’Italia in una posizione di estrema cautela rispetto ad altri Paesi Ue, per timore di una svalutazione dei brand territoriali.
Tra i Consorzi di Tutela c’è chi ha avviato studi di fattibilità per l’introduzione della tipologia Low alcol nei propri disciplinari. La preoccupazione è duplice: da un lato il rischio di banalizzare il marchio territoriale, dall’altro quello di perdere quote di mercato a favore di competitor esteri più flessibili. Ci sono però anche Consorzi che hanno già aggiornato il proprio disciplinare, primo fra tutti il Consorzio Garda Doc, mentre il Consorzio di Tutela del Prosecco Doc ha lanciato un progetto di sperimentazione per il “Prosecco Low alcol” in collaborazione con l’Università di Padova.
L’Italia nel contesto internazionale
Il mercato mondiale dei vini No e Low alcol è stimato intorno a 2,4 miliardi di dollari nel 2025.
Secondo stime dell’Osservatorio UIV-Vinitaly basate su dati Iwsr, è previsto che raggiunga circa 3,3 miliardi di dollari entro il 2028 con un tasso di crescita annuo di circa l’8% a valore e del 7% a volume, facendosi strada in un mercato del vino stagnante. Infatti, il vino tradizionale nel medesimo periodo si prevede rimanga stabile o in leggera contrazione di volumi (-0,9%) e valori (+0,3%).
In Italia la quota dei vini No-Lo resta ancora marginale, intorno allo 0,1% delle vendite. Il 36% dei consumatori italiani (Gen Z e Millennials) guarda con favore allo “zero alcol”, ma la vera spinta è l’export. In mercati come il Regno Unito, i Paesi Nordici e il Medio Oriente, la domanda di vini italiani di qualità ma “leggeri” è altissima.
Se l’Italia non presidia questo segmento con le proprie uve, rischia di lasciare spazio a prodotti stranieri che imitano lo stile italiano senza averne la materia prima. I competitor più aggressivi sono Germania, Spagna, Australia e Cile. La Germania, in particolare, è già leader europeo nel dealcolato.
Un futuro a gradi variabili
Il vino senza alcol non sostituirà il vino tradizionale, ma potrebbe diventare una nuova frontiera dell’enologia italiana e uno strumento di difesa commerciale del vino e del marchio Italia in un mercato globale che cambia, tanto che in alcuni ambienti di settore si parla di “segmento difensivo del vino”.
Se il calo demografico e i nuovi stili di vita riducono i volumi del vino tradizionale, la tecnologia No-Lo può dare l’opportunità alle cantine italiane di restare protagoniste sulle tavole di tutto il mondo. La sfida sarà nobilitare questa categoria, dimostrando che un vino può essere “senza alcol” ma non per questo “senza anima”.


