L’export crolla: l’effetto dazi e il calo dei consumi impattano sui vini nazionali

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Denis Pantini – Responsabile Nomisma Wine Monitor

Era dal 2020, e cioè dallo scoppio della pandemia da Covid-19, che l’export di vino italiano non registrava una flessione significativa come quella avvenuta l’anno scorso, vicina al 4%. Anche durante quegli anni così complicati, infatti, tra alti e bassi, il commercio di vino aveva mantenuto una certa dinamicità negli scambi grazie all’apertura del canale di vendita moderno che era riuscito a controbilanciare il lockdown e la chiusura dei ristoranti e dei wine bar in tutto il mondo.
Nel 2025 invece, sono state le tensioni geopolitiche e la nuova politica commerciale dell’Amministrazione americana a scatenare un effetto domino sui mercati internazionali che ha condotto a una riduzione degli scambi di vino, andando a colpire tutti i principali esportatori tra cui, l’Italia.

Se il valore del nostro export ha subito una contrazione del 3,6%, tuttavia non c’è produttore mondiale che possa vantare una variazione di segno opposto. La Francia, leader mondiale a valore per esportazioni di vino, ha perso il 4,4%, la Spagna il 5,1%, il Cile il 10,2%, l’Australia il 15%. Solo la Nuova Zelanda si è mantenuta vicino alla parità (-0,5%) ma dopo un 2024 dove aveva scontato una riduzione superiore al 6%.

Ma peggio di tutti è andata, udite udite, agli Stati Uniti. Proprio al Paese che ha originato questo “terremoto” commerciale e che, a seguito di una vera e propria rappresaglia da parte dei Paesi colpiti dai dazi voluti da Trump, ha finito con il penalizzare i produttori di vino americani. Basti, infatti, pensare che l’export di vino a stelle e strisce ha chiuso il 2025 con una perdita a valore del 36%, un crollo generatosi su due importanti mercati di sbocco, vale a dire Canada e Cina dove la riduzione è arrivata a superare il 70%! 

Anche se questo rappresenta uno degli effetti collaterali legati alla politica daziaria americana, i principali impatti si sono verificati all’interno del mercato statunitense, andando a interessare i vini di importazione senza però, come vedremo, portare un reale beneficio ai prodotti nazionali, contrariamente alle attese di Trump sugli effetti dei dazi. Ma andiamo con ordine, partendo da quanto accaduto sul fronte delle importazioni di vino negli Stati Uniti.

Consumi e import di vino negli Usa

Un aspetto che forse è passato “sotto traccia” nella comprensione degli impatti legati ai dazi è quello del calo che da qualche anno a questa parte sta interessando i consumi di vino negli Stati Uniti. Dopo anni di crescite continue, dal 2023 si registra una riduzione progressiva dei consumi che ha trovato ulteriore conferma nell’anno appena trascorso. In altre parole, l’applicazione dei dazi è avvenuta in un contesto di mercato in contrazione che ha amplificato gli effetti negativi dell’incremento tariffario. Non solo. Parallelamente all’aumento delle “gabelle” alla frontiera, i produttori italiani (ed europei) hanno dovuto subire una pesante svalutazione del dollaro (quasi il 15%) che ha reso i nostri vini meno competitivi, praticamente raddoppiando l’impatto negativo del dazio. 

Risultato: nel 2025 il mercato statunitense ha ridotto il valore delle importazioni totali di vino del 12%, scendendo a 5,5 miliardi di euro, mentre è apparsa più contenuta la riduzione a volume (-2%). La contrazione è stata “trasversale” e ha interessato tutte le categorie: dai i vini fermi e frizzanti imbottigliati a quelli sfusi, per quanto invece gli spumanti siano riusciti a guadagnare qualcosa sul fronte delle quantità (+4%).

Occorre specificare come il “combinato disposto” generato dai dazi, dalla svalutazione del dollaro e dal calo dei consumi ha prodotto forti turbolenze lungo tutta la filiera. Dopo una fase di stoccaggio preventivo per evitare le nuove tariffe, si è assistito a una riduzione delle spedizioni alla luce di un mercato in contrazione che non è riuscito ad assorbire il surplus di offerta. La necessità di mitigare l’aggravio fiscale per mantenere competitivi i prezzi al consumo ha spinto il mercato verso una riduzione dei prezzi medi in tutte le categorie, così come evidenziato dal calo del valore complessivo delle importazioni.

Di conseguenza, tutti i principali fornitori hanno subito un calo nei valori, a partire dal leader di mercato, la Francia, che ha registrato una flessione di quasi l’8%. Peggior sorte è toccata all’Italia (-13,2% rispetto al 2024), sebbene la riduzione più alta abbia colpito i vini spagnoli (-16%) (tabella 1)

Se dal totale si passa ad analizzare le importazioni per categoria, il risultato non cambia di molto. Nel caso dei vini fermi e frizzanti imbottigliati, ad esempio, la Francia ha riportato una diminuzione nel valore del proprio export del 9,1%, l’Italia del 14,6%. Per gli spumanti, invece, a un calo nei valori si è contrapposto un aumento delle quantità importate e questo è accaduto sia per i nostri sparkling – che sono cresciuti del 3,9% in volume ma hanno perso il 9,8% a valore – che per quelli di oltralpe.

L’export regionale di vini Dop

La ricostruzione di un quadro dettagliato sulle variazioni intervenute per i vini regionali e per quelli a denominazione risulta più complicata a causa di limiti statistici che non consentono una completa disamina. Tuttavia, dalle informazioni disponibili è possibile trarre alcune considerazioni comunque interessanti. Innanzitutto, una prima valutazione riguarda l’importanza degli Stati Uniti per l’export vinicolo delle singole regioni. Considerando i vini imbottigliati (fermi e spumanti), l’incidenza più alta è sui vini trentini: il 47% dell’export vinicolo della provincia autonoma è, infatti, diretto al mercato statunitense. Seguono Umbria (39%), Basilicata (38%) e Campania (37%) mentre per quanto riguarda i vini dell’Emilia Romagna il peso ricoperto dagli Usa sulle esportazioni regionali è limitato ad appena il 14%. 

Se dal dato complessivo regionale passiamo ai soli vini Dop, si scoprono alcuni trend degni di nota. Il Prosecco, ad esempio, rappresenta il principale vino italiano a denominazione esportato negli Stati Uniti: nel 2025 ne sono state spedite 143 milioni di bottiglie, quasi l’1% in più dell’anno prima ma ad un prezzo medio inferiore del 4%. A grande distanza si piazzano i bianchi fermi del Veneto con circa 39 milioni di bottiglie e che nel 2025 hanno lasciato sul campo il 7% in meno a volume e il 9% a valore; poi ci sono i rossi fermi toscani (31 milioni di bottiglie), anch’essi in calo di quasi il 4% nelle quantità e, a seguire con un volume ancora significativo (30 milioni di bottiglie) i bianchi del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, al cui interno figura il Pinot Grigio (uno dei top vini italiani esportati nel mercato statunitense) e anche in questo caso si registra un calo del 7%. 

Chi si è mosso in controtendenza sono stati i bianchi fermi della Sicilia e della Toscana che, pur con livelli di export a volume lontani da quelli precedenti (circa 7 milioni di bottiglie esportate nel 2025), hanno però messo a segno crescite percentuali a doppia cifra, sia che si guardi ai valori che ai volumi. Nello specifico, i bianchi Dop siciliani hanno registrato un incremento nell’export dell’8% a valore e del 12% a volume e ancor di più hanno fatto i bianchi toscani, i cui valori sono letteralmente esplosi: +25%, a fronte di un vero e proprio exploit nelle quantità esportate (+65%) (tabella 2)

Le vendite nel canale retail

Infine, a conclusione di questo approfondimento sul mercato americano, vale la pena riportare quanto accaduto nelle vendite del canale retail (distribuzione al dettaglio) che, sul totale dei consumi di vino, incide per oltre l’85%. A dimostrazione di quanto evidenziato all’inizio dell’articolo, le vendite 2025 mostrano una contrazione a valore trasversale a tutte le tipologie di vini fermi, con una riduzione più marcata per i vini rosati (-9% rispetto all’anno precedente) seguiti dai vini rossi con una flessione dell’8%. Rispetto all’origine dei vini, nel 2025 nessun Paese è riuscito a migliorare le proprie performance di vendita, con un calo che ha colpito sia i vini di importazione che quelli statunitensi. Nello specifico, quelli esteri hanno subito una flessione nei volumi del 7,1%, mentre i vini americani sono arretrati del 6,8% evidenziando quindi come l’effetto sostituzione nei consumi auspicato da Trump con l’applicazione dei dazi non si sia verificato… almeno fino ad oggi.

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