Erika Angelini
FERRARA – Potrebbe essere l’anno del pomodoro da industria che da molte aziende viene visto come un’alternativa alle colture cerealicole per avere più marginalità e far letteralmente quadrare i bilanci.
Ma è davvero così?
Il comparto del pomodoro da industria si appresta a dare il via alla stagione dei trapianti che al momento appaiono favoriti dal clima, ma l’imminente avvio dei lavori in campo non scioglie i diversi nodi critici e le preoccupazioni dei produttori, soprattutto “storici”. Nell’areale ferrarese ci si appresta, infatti, a investire in una coltura senza avere ancora certezze sul prezzo concordato e questo era già capitato in passato, ma differenza ora che è questo avviene in un contesto produttivo reso estremamente instabile dalle tensioni geopolitiche internazionali che stanno facendo lievitare i costi di produzione.
A Ferrara atteso un forte incremento delle superfici investite per sostituire mais e cereali
A delineare la situazione del comparto è Giuliano Costa, produttore di Longastrino (Ferrara), che descrive così l’attuale fase di stallo: “Iniziamo i trapianti nella più assoluta incertezza sul prezzo concordato, visto che la trattativa per diverse ragioni è ancora in stallo.
La parte agricola, quasi per un eccesso di ottimismo, ha deciso di investire in pomodoro senza garanzie contrattuali, proprio mentre assistiamo a un forte aumento dei costi di produzione spinto dalla crisi in Medio Oriente, con il gasolio, passato da 70-80 centesimi a 1,20-1,30 al litro, gravando pesantemente su ogni operazione colturale.
“Quest’anno – continua Costa – si osserva un fenomeno particolare: molte aziende agricole che storicamente non producevano pomodoro hanno deciso di investirvi e il motivo è semplice: non ci sono alternative. Con i prezzi dei cereali ormai ai minimi e i costi di gestione in continua ascesa, il pomodoro viene visto come l’ultima spiaggia per far quadrare i bilanci. Questa corsa alla semina, che non siamo ancora in grado di quantificare con precisione, nasconde però un’insidia: il rischio di saturazione perché l’industria potrebbe non avere la capacità di trasformare tutto il prodotto conferito. Non sapendo ovviamente come sarà la prossima annata anche a livello climatico nel momento della raccolta, potremmo trovarci di fronte a una concentrazione nella maturazione di varietà diverse – come è già accaduto in passato anche a fronte di investimenti “normali” per l’areale – con il rischio di dover abbandonare il prodotto nei campi”.
Infine, rimane il nodo cruciale della tenuta economica delle aziende meno strutturate.
“Se la media produttiva dell’areale si attesta sui 750-800 quintali per ettaro – conclude Costa – i conti per i produttori rischiano di non tornare. Nel 2025 i costi di produzione hanno già toccato circa 9 mila euro per ettaro e quest’anno la cifra è destinata ad aumentare. Questo significa che per coprire le spese e garantire un minimo di reddito occorrerebbe che il prezzo fosse di almeno 150 euro alla tonnellata. Una cifra che l’industria, al momento, sembra non voler raggiungere e che comunque verrebbe pagata per un prodotto che raggiunge il massimo nella classificazione. Vedremo se in queste settimane ancora incerte cosa succederà, ma non è detto che “l’anno del pomodoro” si trasformi poi in una buona annata per la marginalità delle aziende agricole”.



