Claudio Ferri, direttore Agrimpresa
Mai come quest’anno il sorgo si è adattato al clima padano: gli esperti sostengono che sia una specie capace di adeguarsi a condizioni ambientali ostili ed abbia una grande resistenza alla siccità, tant’è che trova la temperatura più adatta al suo sviluppo intorno ai 30-35 gradi.
Detta così potrebbe configurarsi un buon investimento colturale per i cerealicoltori alla luce di un clima che si sta surriscaldando. Non a caso il sorghum vulgare è originario dell’Africa, quindi sopporta caldo e carenze idriche (ricorre spesso l’appellativo di ‘pianta cammello’ perché capace di sopportare condizioni di estrema aridità), caratteristiche che lo hanno fatto apprezzare in tutti i continenti perché viene indicato tra i 5 cereali più importanti al mondo.
Ci sono poi le selezioni adatte a produrre biomassa mentre tornando al sorgo da granella non è da sottovalutare, oltre al noto impiego in mangimistica, la sua importanza per gli utilizzi in gastronomia, specialmente per i celiaci, poiché è privo di glutine. Di questi tempi, dove le intolleranze alimentari sono in aumento, ha una sua degna collocazione anche in cucina.
È un cereale assai versatile che entra negli avvicendamenti colturali, dettaglio agronomico tanto importante per le imprese che devono produrre evitando la stanchezza dei terreni e le deleterie monosuccessioni.
Se c’è un interesse per questa coltura, su cui c’è stato un investimento nella selezione genetica, restano tuttavia i limiti di una produzione che si confronta, in campo e sui mercati, con gli investimenti in superfici di Paesi a vocazione cerealicola estensiva. La redditività del sorgo non è elevata – come quella dei cereali in genere – e la differenza nel far quadrare il bilancio la fa l’unità di superficie investita. La grande specializzazione delle imprese emiliano romagnole nelle produzioni di qualità e con un elevato valore aggiunto, stride tuttavia con le commodities coltivate dagli imprenditori agricoli di Oltreoceano.
L’attenzione verso il sorgo è comunque un buon esempio di come iniziare ad affrontare ‘in campo’ un reale cambiamento degli indirizzi produttivi alla luce dei mutamenti climatici: il mais, ad esempio, ha perso ingenti superfici perché sempre più spesso sviluppa micotossine, oltre ad essere una pianta idro–esigente, spazi che potrebbero – e probabilmente lo sono – occupati dal sorgo. D’altra parte l’emergenza climatica e le conseguenze sull’agricoltura rappresentano una spina nel fianco tale da far approvare ai Paesi membri misure di emergenza in aiuto degli agricoltori alle prese con la siccità ed altre anomalie climatiche.

