Claudio Ferri
Un dibattito ospitato dall’Accademia dei Georgofili di Firenze nel dicembre sorso ha acceso i riflettori su una questione cruciale per l’agricoltura: la gestione dei fanghi di depurazione. Con una produzione annua che supera i 4 milioni di tonnellate (tra civili e industriali), l’Italia si trova di fronte a un paradosso: mentre il 46% di questi residui finisce in discarica o viene esportato con alti costi energetici e ambientali, i nostri suoli soffrono di una gravissima carenza di fertilità, difficilmente ripristinabile in pochi anni.
Secondo l’Osservatorio Europeo per il Suolo, il 47% dei terreni della Penisola è in cattiva salute, principalmente a causa dell’erosione e della perdita di carbonio organico. In un contesto in cui il letame è sempre più raro, i fanghi trattati rappresentano l’alternativa più economica e abbondante per apportare azoto, fosforo e microelementi. Tuttavia la loro natura di residui del trattamento dei reflui impone cautele: se non correttamente analizzati e trasformati (in compost, gessi di defecazione o digestato), possono veicolare patogeni, metalli pesanti, Pfas e microplastiche.
Il principale ostacolo alla valorizzazione dei fanghi è la frammentazione normativa. Attualmente il settore è regolato da quattro fonti spesso incoerenti: la disciplina specifica, la normativa sui rifiuti, il decreto fertilizzanti e i regolamenti regionali. Questa incertezza, unita alla minaccia di nuovi limiti ministeriali eccessivamente restrittivi, rischia di bloccare un mercato fondamentale per l’economia circolare.
Tuttavia i fanghi di depurazione e dragaggio possiedono un potenziale immenso per la resilienza dei territori. Per passare da “minaccia” a “risorsa” è indispensabile un quadro legislativo nazionale unico e coerente che garantisca standard qualitativi elevati senza paralizzare l’operatività delle imprese, ma soprattutto è fondamentale assicurare a chi riceve i composti che siano, oltre che efficaci, esenti da contaminanti.
Non deve essere messa in discussione, in alcun modo, la sicurezza e la fertilità dei suoli che vanno tenuti al riparo da molecole nocive e metalli difficilmente bonificabili, ma soprattutto va preservata la qualità dei prodotti coltivati e la salute dei consumatori.


