La difesa fitosanitaria delle piante è sempre più problematica: ora ci sono nuovi parassiti provenienti dal Sudamerica

Erika Angelini

Quest’anno ci sarà un’invasione di cimici? Ci dobbiamo aspettare nuove specie di insetti “invasori”? Sono le domande chiave del comparto frutticolo e orticolo emiliano-romagnolo, tra problemi fitosanitari mai del tutto debellati, prodotti della difesa limitati e il timore di invasioni di nuovi insetti non autoctoni.

Anche nel 2025 la cimice asiatica e la Popillia japonica, insieme a parassiti del suolo come gli elateridi (ferretti), hanno fatto danni alle produzioni, mentre quest’anno è ancora difficile valutare le presenze, che varieranno in base all’areale e all’andamento del clima, ma che sicuramente ci saranno. Gli agricoltori le affronteranno, come già accade da qualche anno a questa parte, con un “portafoglio” di molecole chimiche a disposizione che si riduce costantemente e con l’incognita dei cambiamenti climatici.

Ma quale è la fotografia attuale?
Ce lo spiega Massimo Bariselli del Servizio Fitosanitario Regionale. “La difesa fitosanitaria di oggi deve fare i conti con organismi esotici invasivi che superano i concetti classici: non attaccano una sola coltura ma sono ‘insetti del paesaggio’, polifagi e capaci di spostarsi ovunque, dando fastidio non solo alle colture ma anche all’ambiente e alle persone. Per quanto riguarda la cimice asiatica, è necessario fare una riflessione tecnica importante confrontando l’attuale scenario con quello del 2019. In quell’anno la pressione dell’insetto era elevatissima e i danni furono molto gravi nonostante avessimo a disposizione molte più molecole, come diversi fosforganici e quasi tutti i neonicotinoidi oggi revocati o fortemente limitati. Oggi, pur avendo una ‘vasca’ di molecole quasi vuota, la pressione della cimice è sensibilmente calata rispetto ad allora e la difesa tutto sommato funziona. Questo indica segni positivi di riequilibrio ambientale, ottenuti grazie all’introduzione del parassitoide Trissolcus japonicus che sta aumentando la percentuale di parassitizzazione delle uova. Tuttavia, siamo ancora lontani dal pieno contenimento. La cimice probabilmente rimarrà sempre un insetto pericoloso perché è dannosa anche con popolazioni molto basse e bastano pochi individui per pungere e rovinare una quantità enorme di frutti rendendo il prodotto non commercializzabile. La speranza per il futuro è che diventi sempre più una ‘avversità contenibile’ piuttosto che un’emergenza fuori controllo”.

Non solo cimice, ma anche altri insetti sono oggetto di attento monitoraggio. “Accanto alla cimice – continua il tecnico regionale -, monitoriamo con attenzione anche l’espansione di Popillia japonica. In Emilia Romagna abbiamo catture anche elevate di adulti senza alcuna segnalazione di danno, ma il rischio è che l’insetto si insedi in focolai isolati in zone con caratteristiche climatiche e edafiche idonee e da lì raggiungere e danneggiare le colture vicine. Finora le condizioni climatiche dell’area a sud del Po, meno umide rispetto al bacino del Ticino, ci hanno salvato, ma in Piemonte l’insetto ha già aumentato le specie danneggiate: non si limita più a scheletrizzare le foglie delle viti, ma divora direttamente i frutti di pesco e albicocco. C’è poi il caso della Forficula auricularia (forbicina), diventata una specie chiave dannosa sulle drupacee in tutta la Pianura Padana. Non è ancora chiaro come si sia trasformata da insetto “amico” essenziale nella lotta biologica a dannoso per le colture. Faccio però un’ipotesi: le popolazioni di Forficula sono aumentate per cui, finite le piccole prede di cui si nutriva come predatore, si è riversata sulla polpa della frutta. La difesa qui è tecnicamente difficile perché mancano prodotti registrati ma sono state introdotte, con discreti risultati, barriere meccaniche come le colle distribuite ad anello sui tronchi con l’obiettivo di impedire la risalita degli insetti. I produttori devono però gestire bene il frutteto: se l’erba è alta e le foglie toccano il prato, si creano dei ‘ponti’ che permettono all’insetto di scavalcare la colla e risalire sulla chioma”.

“Un approfondimento particolare – spiega Bariselli – lo meritano gli elateridi, i cosiddetti ferretti, che sono tornati a essere un flagello per molte colture. In questo caso siamo stati noi a cambiare le regole del gioco attraverso l’adozione di tecniche agronomiche favorevoli all’aumento della popolazione di questi insetti: la minima lavorazione e la copertura continua del suolo, ad esempio, sono condizioni ideali per loro, perché trovano cibo a volontà e non subiscono più il disturbo meccanico delle lavorazioni profonde. A questo si aggiunge un problema del portafoglio prodotti perché i principi attivi molto persistenti che si usavano alla semina nel passato ora non esistono più e quelli moderni sono molto meno persistenti e stabili. Questo crea un cortocircuito tecnico: se sul mais il trattamento alla semina può ancora funzionare perché la protezione serve per un breve periodo, su colture come la patata o le orticole il danno avviene quando il tubero cresce, ovvero quando l’effetto del prodotto dato mesi prima alla semina ha già esaurito il suo effetto. Per contrastarli senza tornare all’aratura profonda, dobbiamo puntare su un insieme di pratiche agronomiche come i sovesci con effetto biocida e le lavorazioni estive superficiali che espongono al calore uova e larve giovani, abbassando drasticamente le popolazioni. Guardando al futuro – conclude Bariselli – a preoccupare i tecnici è certamente il fronte Mercosur: dopo le invasioni di insetti asiatici rischiamo l’arrivo di parassiti dal Sudamerica, specie pericolose per l’agricoltura come Anastrepha ludens o altre specie tropicali dell’area centro americana. Ecco perché dobbiamo riaprire, dare nuovo impulso alla ricerca e facilitare la registrazione di nuovi formulati, perché senza nuovi prodotti la flessibilità del sistema per rispondere a queste nuove minacce è praticamente nulla”.

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