La Legge sul caporalato deve tutelare anche le aziende ‘sane’

Novembre 2016

Antonio Dosi, presidente Cia Emilia Romagna

La Legge contro il caporalato è entrata in vigore il 4 novembre scorso: in poche righe elenco i singoli punti e aggiungo alcune considerazioni politiche, che sono poi le ragioni (poche, a dire la verità) portate nei confronti con il legislatore.

Ecco i contenuti in sintesi: il reclutamento della manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento; l’utilizzo di manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione, in condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno; i fatti che comportano violenza o minaccia; la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati; la ripetuta violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie; la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro; la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Quelli elencati sono i punti più rilevanti a cui sono connesse le sanzioni amministrative e in alcuni casi anche penali. Ora alcune riflessioni.

La prima è una considerazione oggettiva: la nuova legge non si limita a riformulare il reato di caporalato, ma allarga le maglie della responsabilità al datore di lavoro che sottopone i lavoratori a condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno, vale a dire che non deve esserci per forza un “caporale” o una organizzazione criminale perché un bracciante sia sfruttato.

La seconda ci porta a dire come non si possa che condividere lo spirito della norma, che è quello di mantenere alta l’attenzione sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro con un’azione che va nella direzione di salvaguardare non solo i lavoratori, vittime di comportamenti criminali, ma anche le aziende agricole sane che subiscono una ingiusta concorrenza sleale.

La terza, quella che ci preoccupa di più, è che la legge ha un approccio soprattutto repressivo e il legislatore non ha operato la necessaria distinzione tra reati gravi, gravissimi e semplici violazioni, le modifiche che avevamo chiesto avrebbero portato ad un testo più equilibrato e in grado di colpire i veri criminali e non deve penalizzare chi assume con una “spada di Damocle” fatta di sanzioni penali posta sopra la testa di chi assume anche per semplici violazioni formali.

Abbiamo già manifestato queste preoccupazioni, anche al ministro Martina, ma la risposta ricevuta non ci rassicura. Interpretazioni rigide e punitive di qualche magistrato che vanno oltre il senso della legge sono certamente possibili, e per questa evenienza occorre tenere alta la guardia.

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