Luca Brigo – Patronato Inac Emilia Romagna
Approvato in attuazione della legge delega 227/2021, il Decreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62 è stato salutato come una svolta epocale per il panorama legislativo italiano in materia di disabilità. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: scardinare un modello assistenzialista vecchio di decenni per mettere al centro la persona, i suoi desideri e il suo diritto a una vita indipendente, in linea con i dettami della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.
A distanza di tempo dalla sua entrata in vigore formale, la transizione dal testo scritto alla realtà quotidiana si sta rivelando complessa. Tra sperimentazioni territoriali, ritardi attuativi e scogli burocratici, la riforma viaggia a due velocità.
Cosa prevede la riforma
Il D.Lgs. 62/2024 introduce una vera e propria rivoluzione basata su tre pilastri fondamentali:
Il superamento del concetto di “handicap”: viene riscritta la storica Legge 104/1992. La disabilità non è più vista come una mera patologia medica, ma come il risultato dell’interazione tra le condizioni di salute di una persona e le barriere comportamentali e ambientali che ne ostacolano la partecipazione alla società. Vengono introdotte le classificazioni internazionali Icd e IcfF dell’Oms.
La valutazione di base e multidimensionale
Il processo di accertamento viene unificato sotto la responsabilità dell’Inps (addio alle frammentazioni tra Asl e istituto previdenziale). Successivamente, un’équipe multidisciplinare valuta non solo il danno biologico, ma il contesto di vita della persona.
Il progetto di vita individuale e l’accomodamento ragionevole
È la vera chiave di volta. Su richiesta del cittadino, viene redatto un piano personalizzato e partecipato che definisce i sostegni necessari (sociali, sanitari, educativi) per consentirgli di realizzare i propri obiettivi di vita, introducendo l’obbligo normativo di adottare “accomodamenti ragionevoli” per superare le barriere d’accesso.
Lo stato dell’arte e la sperimentazione
Nonostante l’entrata in vigore teorica sia scattata a metà 2024, l’applicazione pratica della riforma segue una evoluzione graduale.
Attualmente, il sistema si trova in una cruciale fase di sperimentazione sul campo, avviata formalmente il 1° gennaio 2025 e destinata a chiudersi il 31 dicembre 2026. L’obiettivo di questa fase è testare la tenuta dei nuovi modelli di valutazione multidimensionale e la stesura dei progetti di vita in territori campione (come, ad esempio, la provincia di Frosinone nel Lazio).
Sul fronte delle competenze professionali, un passo avanti significativo è stato fatto con l’emanazione del Dpcm n. 30 del 14 gennaio 2025, un regolamento attuativo che ha sbloccato i fondi (circa 30 milioni di euro) per la formazione continua e congiunta del personale sanitario, dei servizi sociali e del Terzo settore. L’obiettivo è creare un linguaggio comune basato sui criteri Icf prima del “via” definitivo su scala nazionale.
Le criticità: perché la rivoluzione stenta a decollare
Nonostante l’eccellente impianto teorico, esperti e associazioni di categoria sollevano non poche preoccupazioni. I nodi critici rischiano di trasformare una riforma storica in un’incompiuta burocratica.
Il rinvio dei decreti attuativi ministeriali
Il passaggio cruciale che definisce la “nuova scala” delle disabilità e la rimodulazione delle relative agevolazioni e provvidenze economiche è legato a decreti interministeriali che hanno subito pesanti slittamenti cronologici. Molte delle scadenze originarie fissate per la fine del 2024 sono state prorogate al tardo 2025, lasciando il sistema in un limbo normativo.
L’incognita delle risorse economiche
Un Progetto di vita su misura richiede risorse flessibili e strutturali. Sebbene la legge preveda l’unificazione dei budget (sanitari, sociali, statali e regionali) nel “budget di progetto”, la reale sostenibilità finanziaria da parte dei Comuni e delle Asl – già storicamente in affanno – resta un enorme punto di domanda. Senza coperture adeguate, il Progetto di vita rischia di rimanere un “libro dei desideri”.
La resistenza culturale e la macchina burocratica
Medici, assistenti sociali e funzionari pubblici devono abbandonare prassi consolidate da trent’anni. Integrare banche dati complesse (Inps, Fascicolo sanitario elettronico) e coordinare enti diversi richiede una fluidità digitale e amministrativa che la macchina pubblica italiana non possiede ancora in modo omogeneo.
Il cono d’ombra sui diritti acquisiti
L’articolo 35 del decreto prova a rassicurare chi è già in possesso di verbali di invalidità o di Legge 104 antecedenti alla riforma, stabilendo la salvaguardia dei diritti pregressi. Tuttavia, la convivenza temporanea tra il vecchio regime assistenziale e il nuovo modello valutativo sta generando forti disorientamenti tra le famiglie.
Un cantiere ancora aperto
Il D.Lgs. 62/2024 ha tracciato la strada per una società autenticamente inclusiva, ma per ora il cartello all’ingresso recita ancora “Cantiere aperto”.
La vera sfida non si gioca più nelle aule parlamentari, ma nei territori e nella capacità del Governo di finanziare la riforma e rispettare le nuove scadenze dei decreti attuativi. Solo quando la Valutazione multidimensionale e il Progetto di vita diventeranno un diritto esigibile per qualunque cittadino, da nord a sud, potremo dire che la rivoluzione della disabilità è finalmente cominciata.
La conclusione della fase sperimentale e l’estensione delle nuove modalità per tutto il territorio nazionale è prevista per il prossimo 01/01/2027 salvo ritardi ed ulteriori proroghe per l’applicazione di tutti i nuovi disposti normativi.
Per chi volesse approfondire contenuti e il percorso di progettazione, può consultarli sul portale dedicato del Ministero per le Disabilità della Presidenza consiglio dei Ministri: https://riformadisabilita.gov.it/cosa-e-la-riforma/



