La risicoltura segna il passo: ancora in calo le superfici seminate - Agrimpresaonline Webzine

La risicoltura segna il passo: ancora in calo le superfici seminate

riso

Erika Angelini

I prezzi non sono soddisfacenti e la competizione internazionale è altissima

Le semine inizieranno tra qualche settimana in risaie ancora umide per i ritardi nella raccolta 2019 e un autunno-inverno ricco di precipitazioni.

Coltivare il riso nelle zone vocate della nostra Regione e in quelle di Piemonte e Lombardia, sembra diventato più un fatto “culturale” che agricolo. Per chi ha le risaie nel vercellese o nel ferrarese è difficile cambiare, anche se negli ultimi anni le superfici investite a riso hanno continuato a diminuire, colpa anche di quotazioni di mercato che certamente non hanno premiato i produttori. Quest’anno l’Ente nazionale risi, sulla base dei dati ricevuti da produttori e aziende di trasformazione, è “ottimista” e stima che ci sarà un aumento delle varietà Indica e Japonica e che la superficie totale investita supererà i 220mila ettari. Nel ferrarese, invece, in base alle indicazioni dei Consorzi di Bonifica, che raccolgono i dati legati alle esigenze idriche, si stima una perdita di superficie di circa l’8%, passando dai 5.800 ettari del 2019 ai 5.400 di quest’anno. Non una contrazione enorme, ma significativa, se si analizzano i dati degli anni precedenti: fino al 2016 si coltivavano duemila ettari in più, finché la situazione di mercato globale non ha affossato la produzione.

Eppure i risicoltori resistono. Resistono cercando le varietà con gli sbocchi di mercato più promettenti e resistono nonostante la concorrenza dei Paesi che possono esportare senza dazi ormai dal 2013 e che rischiano di compromettere costantemente la produzione di riso italiana di qualità e il reddito dei risicoltori. Un export selvaggio e non sempre giustificato da ragioni umanitarie, che prima riguardava le varietà dei risi classificate come Lunghi B, tipiche dei paesi asiatici e ora coinvolge anche i risi Tondi, varietà come Sole CL, Centauro e il Selenio che fino a questo momento erano prevalentemente prodotti nell’area europea ed erano capaci di fare da “battistrada” sui mercati alle altre varietà come Carnaroli e Arborio. Nel 2019, infatti, le superfici investite a Tondi erano in calo e si è pensato che questa mancata disponibilità di prodotto e di stock avrebbe fatto aumentare i prezzi non solo dei Tondi, ma di tutte le varietà, rendendo il mercato vivace e remunerativo per i produttori. E un picco effettivamente c’è stato, a novembre 2019, ma è durato finché i risi tondi hanno iniziato ad arrivare, appunto, dall’Asia che ha iniziato ad esportarli, saturando di conseguenza i mercati. Così le quotazioni sono state tutte livellate, naturalmente verso il basso. Sono certamente al ribasso le principali varietà prodotte nel nostro paese come Arborio-Volano, quotato a 320/360 euro/ton, Carnaroli e simili a circa 350/370 euro e il Baldo che si attesta sui 42/43 euro, perché sono momentaneamente chiusi i suoi principali sbocchi per l’export in Svizzera e Turchia, così come il Cameo. E le cose non vanno bene nemmeno per chi ha scelto di fare concorrenza interna ai risi asiatici producendo Indica o Lungo B, perché questi risi arrivano appena a 300 euro/ton.

Verrebbe da dire che non c’è pace, dunque, per chi produce riso italiano e si impegna a seguire severi standard di qualità. Una mancata pace che riguarda certamente molte altre colture d’eccellenza del nostro paese ma che se si parla di riso acquista una strana rilevanza, perché la concorrenza in questo comparto cerealicolo è davvero sleale. Se ogni produttore agricolo e ogni filiera si trova a dover combattere contro la globalizzazione, quando si parla di riso la globalizzazione è stata falsata da un provvedimento internazionale sicuramente giusto e dai nobili intenti, il patto Everything but arms (Eba) che concede l’accesso senza dazi e contingentamenti a tutti prodotti provenienti dai paesi Ldc (Least Developed Copuntry – Paesi meno sviluppati), che però non consente ai paesi produttori di essere ad “armi” pari. Perché nemmeno la qualità dei nostri risi viene premiata e remunerata in maniera equa. Intanto, mentre si cercano strategie di mercato per superare i problemi della concorrenza e rilanciare la produzione interna, anche nel ferrarese si iniziano a predisporre le risaie per le semine, che inizieranno alla fine del mese e continueranno fino a circa il 20 maggio. Le risaie, in base alle informazioni ricevute dal Gie (Gruppo interesse economico) cerali di Ferrara sono, in generale, in buono stato. Le uniche criticità sono date dai ristagni d’acqua nei solchi lasciati dai mezzi di lavorazione, dovuti a un ritardo della raccolta nel 2019 e da un autunno-inverno piuttosto piovoso che non ha consentito ad alcuni terreni di asciugarsi alla perfezione e di essere, quindi, pronti per la semina in maniera uniforme. Le operazioni si prevedono, quindi, piuttosto diluite nel periodo, ma non ci dovrebbero essere ulteriori e particolari criticità.

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