Stefano Francia
Siamo andati a Bruxelles insieme agli agricoltori europei perché non possiamo accettare che l’Europa svenda la propria agricoltura e metta le armi davanti al cibo, compromettendo la sicurezza alimentare dell’Unione. La proposta di riforma della Pac post 2027, così come presentata dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, rappresenta un cambio di paradigma inaccettabile che rischia di condannare il futuro del settore primario e di far chiudere, solo in Italia, più di 270 mila aziende agricole.
Non è una protesta di categoria, ma una battaglia a tutela di tutti i cittadini europei. I tagli del 22% alle risorse della Pac, con una perdita di 9 miliardi di euro per il nostro Paese, e l’ipotesi di far confluire la Politica agricola comune in un fondo unico, generando competizione tra settori, colpiscono al cuore il mercato comune e mettono a rischio la stabilità economica, sociale e ambientale dei territori.
Le stime sono drammatiche: un’azienda agricola su tre potrebbe non sopravvivere, con effetti devastanti soprattutto nelle aree rurali e interne e nei comparti dei seminativi, dell’olivicoltura e della zootecnia. La Pac è la politica più antica e più europea che esista. Per oltre cinquant’anni ha garantito reddito agli agricoltori, presidio del territorio e cibo sicuro ai cittadini. Smantellarla oggi significa indebolire l’Europa proprio mentre altri grandi attori globali, come Stati Uniti e Cina, investono sempre di più nel settore primario. Non possiamo permetterci questo passo indietro.
In questo quadro, giudico positivo il rinvio della firma dell’accordo Mercosur: è un segnale che va nella direzione giusta e dimostra che senza reciprocità delle regole, tutele adeguate e controlli efficaci non può esserci alcuna intesa commerciale. Anche in questo caso, il ruolo dell’Italia e la mobilitazione unitaria degli agricoltori europei sono stati determinanti. Ma l’attenzione deve restare alta sulla vera emergenza: fermare la riforma della Pac resta la nostra priorità assoluta. Non servono parole di vicinanza o solidarietà formale.
Ci aspettiamo responsabilità istituzionale, un’assunzione di coscienza e una revisione totale di una politica che mette a rischio il futuro dell’agricoltura: l’Europa deve stare dalla parte di chi produce cibo e garantisce il futuro delle nostre comunità.




