Marzo 2015
È il titolo d’un film, del 1983, che ogni tanto ripassa in tivù. Riecheggia un sortilegio popolare, antidoto contro la sfortuna (o “sfiga”, che dir si voglia). In queste righe ci interessa il finocchio: ortaggio antico, salubre, buono, crudo o cotto, in varia foggia.
Persino naturalmente medicamentoso.
Così propizio da essere citato in momenti salienti della mitologia greca (il grembo laico della nostra civiltà e della nostra lingua, tramite poi il latino). Infatti, con fantasia mediterranea, Prometeo rubò agli dei dell’Olimpo il segreto del fuoco, nascondendone la scintilla nel gambo di una pianta di finocchio. Come un mito. E allora come mai questo ortaggio leggendario è poi divenuto sinonimo volgare degli omosessuali? Tema da affrontare senza tabù: da un punto di vista etimologico il perché di questa strana associazione linguistica non si è mai ben capito. Forse, è per lo stesso motivo per cui oggi si ribadiscono miti antichi sotto forma di biechi luoghi comuni, a seconda del momento. Magari con la pubblicità (o un qual certo web facilone) al posto della stregoneria di ieri.
Circa il mistero dei finocchi uno spunto l’offre l’antropologo Di Niola (già citato nelle nostre spigolature). Anticamente i culti di Cibele, dea della terra madre e matrigna, erano gestiti non dalle vestali, ma da eunuchi. Che officiavano laiche processioni in modo estroso, con vesti color zafferano, volti simbolicamente bistrati e truccati, piante di finocchio invece dei ceri.
Duemila anni prima la pubblicità: come un segno profondo nell’immaginario. Pensateci, se volete, con la cultura del rispetto. Ben altri i problemi, oggidì: guai a farsi infinocchiare.
Il Passator Cortese



