Proteggiamo il lupo, ma anche gli allevatori - Agrimpresaonline Webzine

Proteggiamo il lupo, ma anche gli allevatori

Claudio Ferri

Febbraio 2017

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

Non è il lupo a far paura, ma la spessa coltre di ipocrisia che avvolge le istituzioni quando devono affrontare temi spigolosi: quello del canis lupus e le sue frequenti scorribande negli Appennini è certamente uno di quelli.

Un argomento che piace tanto ai media perché il poderoso animale è il simbolo della natura selvaggia, di forza e bellezza allo stesso tempo, ma soprattutto ha la capacità di catturare l’attenzione di lettori e telespettatori. Parlar male di questo animale – o prendere provvedimenti sul suo contenimento quando diventa troppo invasivo – rende impopolari, attira le antipatie, scatena gli animalisti, sempre pronti a dare battaglia anche per elevare i conigli ad animali d’affezione.

Se in certi ambienti genera malumore l’abbattimento controllato di specie come la nutria, figuriamoci quali reazioni è capace di scatenare se si parla di contenimento della specie canis lupus, durante il suo naturale comportamento predatorio verso le greggi.

Quando il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti in sede di Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera (poi stoppato) ad un piano che prevede un abbattimento controllato fino al 5% degli esemplari presenti sul territorio nazionale, è stato sottoposto ad un vero e proprio linciaggio: dalle forze ambientaliste in primis, ma bacchettato anche da molta stampa. Gli agricoltori non se la prendono con il ‘canide’, ma con la lentezza e le complicanze della proverbiale burocrazia che ostacola risarcimenti veloci ed equi.

Dopo 46 anni di protezione integrale della specie e numerosi progetti che hanno supportato il reinserimento dell’animale nel territorio, ora l’incremento della sua presenza crea disagi e danni alle mandrie, un fenomeno tollerabile solamente se vengono attivate misure di supporto alle imprese, a partire dai risarcimenti veloci e certi. D’altra parte, se sono state liberate risorse per salvaguardare la specie selvatica, non si capisce perché non si debba fare altrettanto per tutelare le imprese.

Tra le misure proposte in Conferenza Stato – Regioni, quella più estrema prevede un abbattimento controllato e selettivo del lupo, fino al 5% degli esemplari stimati nella Penisola, peraltro solo in situazioni di grave pericolosità. Il contestato provvedimento, a giudizio di Galletti, avrebbe rappresentato una ulteriore misura di contrasto contro un fenomeno che è in espansione e che mette a rischio aziende del territorio appenninico dove gli allevamenti ovicaprini sono assai diffusi. Nessuno vuole estirpare questa specie, ma va eradicato un pregiudizio secondo il quale una volta creato un percorso non lo si può più cambiare, anche quando le condizioni mutano nel tempo.

Cambia il territorio montano, molto più aspro rispetto a mezzo secolo fa, più recettivo verso specie selvatiche, la cui alta densità diventa dannosa per le colture.

Nessuno vuole una strage di lupi, quindi, ma gli agricoltori si aspettano ‘buon senso’ dalle istituzioni nell’affrontare un problema reale, che tocca le tasche di chi lavora in quota: anche loro vanno tutelati.

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