Quella del seme è una filiera organizzata con prezzi all’origine garantiti

Settembre 2017

Lucia Betti

RAVENNA – Il ravennate, e la Romagna in generale, è un territorio particolarmente vocato per le colture da seme. La bietola da seme è fra le principali colture con oltre 5.000 ettari coltivati nel 2017 con rese medie intorno ai 28 quintali per ettaro (dati Kws Italia, che ne gestisce circa 2.000 ettari).

Le fanno compagnia la medica, le ortive, i cereali e le oleaginose da seme. Particolare importanza riveste la riproduzione di sementi orticole (rappresenta il 30% di quella regionale) con una superficie coltivata di circa 3 mila ettari.

Da oltre 30 anni Alteo Fantini, Ravenna sud, coltiva una superficie di circa dieci ettari di ibridi da seme fra i quali: basilico, bietola, carota, cetriolo, radicchio. Conferisce alla Cac – Cooperativa agricola cesenate tutto, tranne la barbabietola che viene gestita dalla Kws per la zona del cervese, forlivese e del ravennate oltre ai comuni di Alfonsine e parte di Bagnacavallo. La siccità e il caldo non stanno generando particolari problemi: grazie al Canale Emiliano Romagnolo si riesce a gestire la risorsa acqua anche se un po’ di pioggia farebbe la differenza.

“La raccolta della bietola è appena conclusa. Produzione ottima per quantità di raccolto e dovrebbe essere anche di buona qualità e sano: il caldo non ha generato malattie alle piante. Abbiamo avuto maggiori costi di gasolio perché siamo ricorsi all’irrigazione e meno male che ci sono il Cer e i consorzi di bonifica”, afferma Renzo Urbinati, tecnico della Kws Italia che segue la zona a Nord di Ravenna, per una superficie di riferimento di circa 640 ettari di colture per il 2017.
“È ancora presto ipotizzare previsioni su Plv e produzioni orticole: sono ancora in raccolta o da raccogliere – spiega Fantini – Per ora l’annata sembra nella norma”.

L’evento temporalesco del 10 agosto ha però generato danni. “Le forti raffiche di vento hanno steso un filare di meleto nella mia azienda – racconta Fantini – Le colture da seme hanno sofferto molto. In particolare il radicchio, per il quale devo aspettarmi una produzione compromessa in quantità e anche a causa dell’inquinamento, perché sono volati sulle colture pezzi d terra spazzati via dal vento e con essi tutte le impurità che danneggiano il seme ibrido del radicchio. In 30 anni della nostra storia di colture da seme una cosa così non era mai successa”.

Quella delle colture da seme è una filiera organizzata: i prezzi sono garantiti da un contratto di coltivazione che tiene conto delle rese potenziali e dei reali costi di produzione. Se non fosse così, sarebbero sparite queste colture con conseguenze anche per l’indotto.

Non mancano le problematiche. Oltre alle condizioni meteo, alcune sono particolarmente ostiche: la questione dei fitofarmaci non registrati e quindi l’esposizione delle colture a ogni genere di avversità, dalle malattie ai parassiti. Fantini specifica: “Pratichiamo un lavoro tipo biologico ma siamo pagati coi costi della lavorazione convenzionale. I conti non tornano. Bisogna trovare una soluzione”. Poi l’inquinamento da piante spontanee e selvatiche. “Interveniamo manualmente per le infestanti: andiamo per fossi a tagliare piante spontanee e selvatiche. Se ai controlli il seme risulta inquinato non ti viene pagato. Anche gli orti privati possono provocare un danno enorme alle colture da seme”. E ancora i costosi affitti dei terreni e la questione, specifica del territorio comunale di Ravenna, della distanza minima da rispettare fra azienda e centro abitato in caso di trattamenti.

“La Ue dice 20 metri di distanza dal centro abitato e collocazione di cartelli di preavviso per il vicinato, altrimenti multa – spiega Urbinati – Il Comune di Ravenna invece allarga la distanza a 100 m con obbligo di preavviso dei vicini casa per casa, altrimenti multa.
Abbiamo chiesto un Tavolo Verde affinché tutte le organizzazioni che ne fanno parte approfondiscano la tematica insieme e si giunga ad un protocollo rispettoso anche dei coltivatori, compresi coloro i quali hanno estensioni colturali minori. Le aziende, da sole, non hanno voce”.

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