Luca Soliani
L’Emilia Romagna non è solo la patria della pasta fresca e dei motori veloci, è anche, e soprattutto, il cuore pulsante della suinicoltura italiana. Questo settore, profondamente radicato nella tradizione agricola della regione, non è solo una fonte di reddito vitale, ma è la base stessa per la creazione delle nostre più grandi eccellenze agroalimentari, dal Prosciutto di Parma e Modena al Culatello di Zibello Dop, dalla Mortadella Bologna Igp al Salame Felino Igp e al Cotechino di Modena Igp.
Con una popolazione suina che si aggira costantemente intorno al milione di capi, la regione si conferma, assieme alla Lombardia, in cima alla classifica nazionale. La maggior parte di questi allevamenti è specializzata nella produzione del suino pesante italiano, l’unico in grado di garantire la qualità e la pezzatura necessarie per i circuiti delle Dop e delle Igp, creando un’industria di trasformazione che è un vero e proprio motore economico.
Il settore suinicolo è fondamentale per l’economia dell’Emilia Romagna e la filiera dei salumi è la più consolidata e strutturata a livello nazionale, dove vale 20 miliardi, di cui 5 miliardi generati nel nostro territorio.
In Emilia Romagna ci sono 981 allevamenti e poco meno di un milione di capi, si macellano circa 3 milioni e mezzo di suini, il 39% a livello nazionale, e operano 42 macelli specializzati. Sono circa 250 le imprese, di cui 211 salumifici, coinvolte nella trasformazione dei numerosi prodotti a marchio Dop e Igp.
Il valore alla produzione in Emilia Romagna dei salumi Dop-Igp di carni suine è di circa 1,3 miliardi di euro (stima su dati Ismea-Qualivita), di cui 932 milioni di euro solo per il Prosciutto di Parma. Il valore al consumo è pari a 4,98 miliardi di euro, mentre l’export vale circa 601 milioni di euro.
All’interno di questo panorama, la provincia di Reggio Emilia emerge come un territorio strategico: insieme alle province di Parma e Modena, Reggio Emilia costituisce l’epicentro produttivo, storicamente votato alla qualità e con recenti investimenti volti al miglioramento della biosicurezza e della sostenibilità. I dati più recenti mostrano come gli allevatori reggiani siano tra i più attivi nel Nord Italia nell’ottenere fondi regionali destinati all’ammodernamento strutturale, un indicatore cruciale che testimonia come in un momento di grande incertezza si stia puntando sull’alta specializzazione e sull’adozione di rigorosi standard sanitari per proteggere la filiera.
Un’azienda suinicola all’avanguardia che fa del benessere animale, della sostenibilità economica e della sicurezza a 360 gradi i capisaldi fondamentali è quella portata avanti da Paolo e Davide Zambelli sul territorio comunale di Guastalla. “Abbiamo messo in piedi la nostra azienda nell’ormai lontano 1992 con circa 1.700 capi,” spiega Paolo, “ora ce ne sono oltre 4.200. E anche la struttura è naturalmente stata ingrandita: la stalla è poco più di 4.000 metri quadrati. Ma a questa vanno poi aggiunti gli spazi per mangimifici, i capannoni per il deposito dei trattori, gli spogliatoi, gli uffici. Siamo davvero molto soddisfatti”.
Nonostante la sua solidità, il settore suinicolo emiliano-romagnolo si trova oggi ad affrontare due grandi sfide che ne stanno ridefinendo il futuro, come spiega Paolo Zambelli: “Il 2025 nel settore agro-zootecnico è iniziato sulla scia di un 2024 molto positivo, e questo trend è proseguito, sebbene in modo attenuato, con prezzi medi dei cereali più bassi o medi, garantendo una buona marginalità fino a settembre. Successivamente, tuttavia, la situazione è precipitata a causa del problema dei dazi imposti dalla Cina alla carne europea, con aliquote che vanno dal 15% al 65%, in risposta ai dazi europei sulle auto cinesi.
Questo evento ha innescato un vero e proprio tracollo: sebbene l’Italia non fosse un grande esportatore in Cina, i paesi europei fortemente esportatori, come la Spagna (principalmente) e in parte la Germania, hanno visto le loro esportazioni ridursi in modo drastico, quasi totale. Di conseguenza, i milioni di capi non più esportati dalla Spagna hanno inondato il mercato europeo. Questo ha trasformato una situazione iniziale pseudo-tranquilla in una crisi, alimentata da forti importazioni di carne e suini a prezzi super bassi dalla Germania e dalla Spagna”.
“Il prezzo del suino grasso ha subito un calo settimanale di 4 centesimi nelle ultime 10 settimane, passando da circa 2,20 euro a 1,79 euro, un valore che ci sta portando al punto di non guadagno. La preoccupazione principale è che non si intravede una fine a questa competizione di carne importata a prezzi stracciati, con il mercato in caduta libera”.
Ad aggravare la crisi, poche settimane fa sono stati trovati i primi cinghiali infetti da Psa (Peste suina africana) in Spagna, un Paese precedentemente indenne, “provocando un ‘fuggi-fuggi’ della carne e un ulteriore crollo dei prezzi. Poiché la Cina non importa assolutamente nulla dai paesi infetti da Psa, ha chiuso completamente le importazioni. I tentativi spagnoli di ‘regionalizzazione’ sono considerati palliativi: di fatto, la Cina al momento non importa più dall’Europa, e tutta la merce che andava fuori deve essere consumata internamente, creando un circolo vizioso che porterà a prezzi, temo, in assoluta perdita.
In sintesi, il 2025 è stato tendenzialmente buono fino a settembre-ottobre, ma la successiva concatenazione di cause sta portando il prezzo a un crollo verticale di cui non si intravede la fine”.
Questo fa prevedere “una parte finale del 2025 molto negativa e, probabilmente, un inizio 2026 molto, molto difficile, un anno che si prospetta particolarmente duro, sperando che qualcosa possa cambiare e portare un po’ di ottimismo per i mesi a venire”. La minaccia della Psa è, infatti, la preoccupazione sanitaria più impellente.
Sebbene l’Emilia Romagna abbia finora mantenuto la malattia fuori dai propri allevamenti commerciali, la Psa è presente sull’Appennino Reggiano, con i primi casi confermati tra i cinghiali nel comune di Villa Minozzo (Re) a inizio dicembre 2025, vicino al confine con la Toscana, ampliando la zona a rischio.
La malattia, grave per suini e cinghiali ma innocua per l’uomo, ha spinto la Regione Emilia Romagna e l’Ausl di Reggio Emilia a intensificare misure di biosicurezza, monitoraggio e controllo del territorio, con bandi di sostegno e potenziamento delle attività venatorie per il contenimento dei cinghiali, data la minaccia per l’eccellente settore suinicolo locale.
In conclusione, la suinicoltura in Emilia Romagna, e la sua forte componente reggiana, è un tesoro che va protetto e innovato.
Il futuro del settore dipende dalla sua capacità di fare fronte comune contro la Psa e di investire in un modello produttivo che sia, al tempo stesso, ad altissima qualità e pienamente sostenibile.

