Aggregazione e ricerca: così si può salvare la coltura del pero

aggregazione e ricerca

Erika Angelini

Al Salone Internazionale della pera sono emerse interessanti prospettive per la lotta ai problemi fitosanitari e sulla ricerca di nuovi mercati, con un occhio rivolto all’apertura, sempre più vicina, del mercato cinese

FERRARA – Per il rilancio del settore pericolo italiano serve uno sforzo congiunto e concreto di tutta a filiera, l’aggregazione totale per la commercializzazione, il supporto delle istituzioni a tutti i livelli – dalla Regione all’Unione Europea – e più ricerca per fermare le principali fitopatologie del pero.

Questo, in sintesi, il messaggio che arriva da FuturPera – Salone Internazionale della Pera che ha chiamato a raccolta tutto il comparto, quest’anno più che mai, in cerca di risposte e strategie per superare le emergenze che hanno caratterizzato il 2019.
E durante il Salone ferrarese qualche risposta è sicuramente arrivata, non soluzioni semplici e immediate, ma una serie di azioni già messe in campo per ridare slancio a un settore che rimane un’eccellenza assoluta a livello mondiale, visto che in Emilia Romagna si produce il 70% delle pere italiane e il 20% di quelle europee.

Per la maculatura bruna si punta sulla prevenzione con microrganismi e pirodiserbo.
Sono sicuramente maculatura bruna e cimice asiatica i due flagelli da sconfiggere per evitare un’altra annata di cali produttivi e, dunque, mancanza di prodotto commercializzabile e di scorte.
La maculatura bruna, provocata dal fungo Pleospora allii, attivo prevalentemente nella sua forma di Stemphylium vesicarium, è diventata molto aggressiva negli ultimi due anni a causa principalmente dei cambiamenti climatici. Esperti e ricercatori, che si sono confrontanti sulle possibili strategie di difesa nel corso dei convegni del World Pear Forum di FuturPera, sono innanzitutto concordi sulla difficoltà di trattare il frutteto quando il fungo è già diffuso.
Se, infatti, la presenza di maculatura diventa importante nel mese di maggio, magari molto umido e piovoso come quello del 2019, l’infezione diventa così virulenta che è quasi impossibile intervenire per fermarla. Dalle diverse prove in campo è emersa, dunque, la necessità di prevenire l’epidemia e qualche risultato a livello di prevenzione è stato ottenuto dall’alternanza di sostanze attive – le molecole alla base di diversi prodotti fitosanitari – utilizzate in miscela con prodotti di copertura.
Ma la vera novità a livello di strategia di difesa è la riduzione del potenziale di inoculo. Gli esperti suggeriscono di agire sul cotico erboso della pianta, che può venire trattato con microarganismi di origine naturale (tricoderma), oppure con il pirodiserbo, un sistema che prevede controllo fisico diretto delle infestanti facendo ricorso al fuoco.

aggregazione e ricercaPer la cimice asiatica, infatti, serve una strategia integrata territoriale.
Se per la maculatura qualche soluzione a livello di prevenzione esiste, o si sta cercando di metterle a punto prima della prossima campagna produttiva, più difficile è sicuramente il nodo del contenimento della cimice asiatica. Secondo i dati elaborati da Cso Italy, il mix tra fitopatologie del pero e fattori climatici hanno provocato danni, solo nel Nord Italia, per oltre 267 milioni di euro, con perdita occupazionale in tutto il comparto valutata in oltre 337.000 giornate/uomo.

Ma come si può intervenire su quello che ormai è un flagello riconosciuto anche a livello europeo?

Simona Caselli, proprio durante la manifestazione, ha annunciato che in primavera verrà rilasciata l’ormai nota vespa Samurai (Trissolcus japonicus), che in questi mesi viene allevata partendo proprio dalle uova di cimice, sfruttando la capacità della vespa di parassitarle. Ancora non si sa se questo antagonista naturale – che però rimane non specializzato e quindi non preda unicamente la cimice – sarà davvero la soluzione definitiva al problema. I rappresentanti dei Consorzi fitosanitari di Emilia Romagna e Veneto, di Istituti di ricerca e Università che si sono confrontati nel corso del convegno a FuturPera sono rimasti prudenti, e hanno parlato piuttosto di contenimento della cimice con una strategia integrata territoriale.

Si tratta di un insieme di azioni congiunte che comprendono: monitoraggio puntuale per rilevare la presenza della cimice nei diversi areali, anche in rapporto alle colture limitrofe ai frutteti, difesa chimica, difesa biologica con antagonisti naturali già presenti in Italia o alloctoni come, appunto, la vespa samurai, e, soprattutto, nuove sperimentazioni, anche molto promettenti, alcune delle quali arrivano anche dal Piemonte. Sono diverse, dunque, le possibili strade per il contenimento e tutte partono da un presupposto imprescindibile: bisogna conoscere il “nemico” e le caratteristiche dell’area dove colpisce.

Ecco, allora, che per conoscere questo insetto così pericoloso per la salute dei frutteti e dell’intero comparto pericolo bisogna partire da un’azione capillare di monitoraggio, per capire come si muove, quali colture la attraggono e come si disloca nel frutteto. Per quello che riguarda la lotta con antagonisti, predatori o parassiti, oltre alla vespa samurai si stanno studiando imenotteri già rilevati in diverse area in tutta la regione, come Anastatus bifasciatus, sui quali sono in atto diversi studi che potrebbero rappresentare una possibilità interessante di contenimento biologico. Poi c’è, naturalmente, la difesa con fitofarmaci, la cui efficacia dipende dal tipo di infestazione e dalle caratteristiche del frutteto. A questi fattori va ad aggiungersi il contenimento fisico, che prevede l’utilizzo delle reti, un sistema che non ha soddisfatto pienamente i produttori che lo hanno scelto come metodo di protezione. Le reti, infatti, non sono totalmente efficaci perché la cimice è dannosa in tutti gli stadi evolutivi, quando può passare indisturbata attraverso maglie anche molto fitte. Nessun metodo di contenimento preso singolarmente è, dunque, efficace ma una corretta combinazione può portare qualche risultato e limitare l’infestazione.

A livello di ricerca e di conseguenti sperimentazioni in campo una prospettiva molto interessante arriva dallo studio delle modalità di riproduzione della cimice e dei suoi feromoni che sono di “aggregazione”. In sostanza, sono richiami che vengono utilizzati non unicamente a fini riproduttivi, ma per richiamare individui appartenenti alla stessa specie in un punto preciso, anche una fonte alimentare. Negli anni scorsi sono stati fatti diversi studi su questo fenomeno sia nella nostra Regione che in Piemonte, dove la cimice ha colpito duramente la produzione di nocciolo che, nel 2017, ha registrato cali produttivi anche del 70-80%.

Al Dipartimento Scienze agrarie, forestali e alimentari dell’Università di Torino stanno, dunque, studiando le dinamiche di accoppiamento e hanno capito che dopo lo svernamento la cimice risponde immediatamente a questi “feromoni di aggregazione” ed esce subito per colonizzare le colture. In quel momento la massa di cimici può essere intercettata per impedire che l’infestazione si propaghi, magari trattando il bordo del frutteto per impedirne l’entrata e dunque danni epidemici.

Sempre dall’Università di Torino arriva un altro filone di ricerca che potrebbe dare davvero una speranza concreta al contenimento della cimice e riguarda lo studio delle sue uova. Appena nasce, infatti, la cimice non si sposta subito, ma rimane sull’ovatura, dove c’è un particolare tipo di batteri che le consente di nutrirsi e sopravvivere. Batteri che possono essere debellati con sostanze naturali come acido citrico e rame, dunque, una lotta a impatto ambientale nullo che può integrare quella chimica e dare un’opportunità di protezione in più contro il temuto insetto.

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