Bene la risicoltura in Piemonte e Lombardia, va peggio nel ferrarese - Agrimpresaonline Webzine

Bene la risicoltura in Piemonte e Lombardia, va peggio nel ferrarese

Novembre 2016

Erika Angelini

FERRARA – La campagna risicola 2016-2017 sembra avere soddisfatto solo i produttori delle zone vocate del Nord, Piemonte in particolare, dove non ci sono stati grossi problemi climatici e fitosanitari e la produzione ha tenuto.

L’analisi della produzione di riso nel ferrarese racconta, invece, tutta un’altra storia, con cali produttivi notevoli provocati da continui attacchi fungini e da un clima che non ha favorito la corretta vegetazione e poi la maturazione della granella.

L’annata era iniziata in maniera discreta – a parte qualche problema a reperire il seme di riso delle varietà Japonica – tanto che le superfici seminate a livello nazionale sono state di oltre 234.000 ettari, in aumento del 3% rispetto al 2015, secondo i dati diffusi dal Mise (Ministero dello sviluppo economico). I risicoltori hanno seminato soprattutto risi ‘tondi’, aumentati di quasi il 25% e i ‘medi’ con +3% mentre c’è stato un calo generalizzato delle varietà ‘lunghe’ che in totale sono diminuite di circa il 9%. Nel ferrarese si è confermata la tendenza a seminare risi superfini come Carnaroli-Karnak e Arborio da mercato interno mentre, a causa dei prezzi in picchiata del 2015, è diminuita sensibilmente la varietà Baldo, uno dei “risottieri” tipici della zona.

Le cose, soprattutto nel ferrarese, hanno iniziato ad andare male a partire dal freddo intenso e l’escursione termica registrata tra la fine di aprile e l’inizio di maggio che ha bloccato la maturazione, tanto che a luglio le risaie erano rade e in sofferenza poi, per tutto agosto sono arrivate le malattie fungine e il giavone. Ma per capire nel dettaglio come si è arrivati al deficit produttivo di fine campagna facciamo il punto con Massimo Piva, membro del Gruppo economico Cereali Cia e risicoltore.

Una campagna deludente, dove l’unica nota positiva è la qualità. Cosa è successo?

Quest’anno, a livello fitosanitario e climatico tutto quello che di male poteva succedere, è successo. La produzione ha segnato un record negativo con cali anche di 40q.li/ha, per continui attacchi di Pyricularia oryzae, il cosidetto “brusone” e di Magnaporthe Oryzae, meglio noto come mal del collo, che hanno devastato le risaie per l’intero mese di agosto. E se a settembre si poteva sperare ancora in una ripresa, sono arrivate le grandinate che hanno colpito ampie zone di produzione tra Jolanda di Savoia e Codigoro e naturalmente il clima nebbioso e umido che non ha favorito la raccolta e le operazioni di essiccazione. Unica nota positiva sono le rese e una qualità del riso decisamente buona, tanto che è proprio il caso di dire: poco, ma bello.

Come si è chiusa la campagna di commercializzazione e quali sono le prospettive di mercato per la prossima?

I prezzi 2015-2016 sono stati discreti, fatta eccezione per il Baldo arrivato a malapena ai 35 euro/q.le, con quotazioni medie sulla Borsa Merci di Bologna che si sono attestate sugli 80-85 euro/q.le per il Carnaroli, i 70-75 euro /q.le per l’Arborio. Le prime quotazioni della nuova campagna di commercializzazione sono basse – ma è abbastanza normale per l’apertura di mercato – con l’Arborio-Volano e il Carnaroli a circa 47-49 euro /q.le e il Baldo a poco più di 30. Prezzi che speriamo in deciso aumento nei prossimi mesi perché dovranno sopperire, almeno in parte, alla mancata produzione. Dando uno sguardo al mercato globale posso sottolineare che, nonostante il calo delle importazioni dai paesi esonerati dal pagamento dei dazi – meno 26% dalla Cambogia dopo il record assoluto di importazioni del 2015 – l’arrivo di risi dai paesi Pma (Paesi meno sviluppati) continua a essere massiccia ed anche poco etica. Perché, alla fine, a guadagnarci da queste politiche di export sono soprattutto le lobby di esportatori cambogiani e gli importatori europei, non certo gli agricoltori di quei paesi.

Esiste una ricetta per il futuro della risicoltura italiana?

Per rendere forte la risicoltura italiana servirebbero intanto regole più certe per quello che riguarda la produzione, soprattutto per l’utilizzo dei prodotti fungicidi. Il 14 ottobre la Commissione Ue ha bocciato nuovamente il Triciclazolo, l’unico principio attivo che riesce attualmente a contrastare le malattie fungine come quelle che quest’anno hanno devastato le risaie. Questa molecola anti-brusone per noi è fondamentale e apprendiamo con ansia la decisione che ne limiterebbe fortemente il residuo consentito, a partire da giugno-luglio 2017. I risicoltori ferraresi, peraltro, hanno già adottato da tempo la politica del trattare il “meno possibile” e “solo se necessario” – anche perché certe varietà di riso per l’export chiedono residui decisamente bassi – ma il rischio è quello di non avere nulla che contrasti queste malattie che attaccano il riso, se il clima è particolarmente umido come quest’anno. Infine, non mi stancherò mai di ripetere che l’unica vera arma per contrastare il riso che arriva dai paesi Pma è quello della qualità, una qualità che dovrebbe essere promossa con maggiore forza. Una campagna di valorizzazione del Riso Italiano di Qualità che conferisca al riso quel valore aggiunto che merita, potrebbe fare la differenza per i produttori.

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