Carota e radicchio: non mancano qualità e problemi

Ottobre 2016

Erika Angelini

FERRARA – Terreno sabbioso e un microclima ideale conferiscono al territorio di Ferrara, in particolare al Basso ferrarese, il primato regionale per la produzione di carota e radicchio rosso.

Due orticole che, con le dovute distinzioni, hanno dato nel corso degli anni molte soddisfazioni ai produttori, ma che recentemente non stanno dando i risultati sperati per l’aumento dei costi di produzione e problemi di coltivazione e commercializzazione. Ma come sta andando la campagna di raccolta che, per entrambi, è in pieno svolgimento?

Nel 2015 gli ettari investiti a carota sono stati 2.130 per un totale di oltre 850.000 quintali prodotti, tanto che il 97,9% delle carote emiliano-romagnole sono ferraresi. Nel 2016 l’investimento è leggermente aumentato, con una maggiore attenzione verso il biologico, segno che gli agricoltori ferraresi credono ancora nelle potenzialità di un prodotto che trova nei terreni sabbiosi il suo habitat ideale. Secondo Gianni Paganini, uno dei maggiori produttori del territorio, la carota è un’orticola sulla quale si può ancora investire. “Quest’anno – spiega Paganini – le semine sono andate bene, non ci sono stati particolari problemi climatici e le previsioni produttive sono decisamente buone. La raccolta è iniziata a metà ottobre, quindi dati più certi si potranno avere solo verso dicembre, ma la caratteristica della foglia e il prodotto sin qui raccolto promettono davvero bene.
Non male – continua Paganini – anche il prezzo iniziale di 0,15 euro/kg rispetto ai 0,12 euro/kg della prima quotazione 2015. Speriamo dunque in un mercato in crescita, necessario visto il continuo amento dei costi di produzione che quest’anno si sono attestati sui 4.000 euro/ha, esclusa la manodopera ed eventuale affitto di terreni. Una cifra non da poco, ma è vero che la carota è una produzione che potrei definire “sicura”, perché nelle nostre zone si riesce a lavorare praticamente sempre e quindi è davvero difficile non portare a casa il prodotto, a meno di gravi problemi climatici o fitosanitari. A tal proposito la questione fitosanitaria legata alla messa al bando del dicloropropene, l’unico principio attivo che blocca la proliferazione dei nematodi è ancora aperta. Ma – conclude Paganini – piuttosto che fare polemica preferisco sollecitare chi fa sperimentazione a trovare un’alternativa valida, che non aggravi ulteriormente i costi di produzione e ci consenta di continuare a produrre le carote ferraresi”.

Se le problematiche legate ad una delle orticole più diffuse sono, tutto sommato, contenute, va decisamente peggio al radicchio. A Ferrara nel 2015 si sono prodotti, su una superficie di 561 ettari, quasi 130.000 quintali di radicchio, oltre il 70% a livello regionale mentre il restante è prodotto tra Ravenna e Forlì – Cesena per un totale di circa 772 ettari in tutta la regione. Una nicchia d’eccellenza, se non fosse per l’immissione sul mercato di semi ibridi che ha allargato notevolmente le possibilità produttive, anche su territori non vocati. “Confermate per quest’anno le superfici investite nel 2015 – spiega Massimo Massarenti, storico produttore di radicchio – mentre c’è un leggero ritardo nella raccolta, sostanzialmente appena iniziata, che promette però buone rese in termini di quantità e qualità. A livello di produzione la stagione calda ha richiesto un’irrigazione straordinaria e l’anomala grandinata di inizio ottobre ha reso necessari trattamenti aggiuntivi, con il conseguente lievitare di costi di produzione già elevati. Parliamo di 5.000 euro/ha solo per avere il prodotto in campo, circa 0,25 euro/kg, al quale si aggiungono eventuali affitti del terreno e la manodopera che per il radicchio è ingente, visto che si raccoglie e seleziona tutto manualmente. Considerando che la media dei prezzi di mercato nel 2015-2016 è stata di 0,15 euro/kg si fa presto a fare i conti ed a parlare di coltura che non copre i costi di produzione.
Va un po’ meglio ai produttori che conferiscono a cooperative e aziende di trasformazione per la Quarta gamma, con le quali c’è un accordo di prezzo, anche se possono comunque insorgere problemi nel corso della campagna dovuti alla produzione o al mercato. Mi dispiace dire – continua Massarenti – che non c’è più soddisfazione a produrre radicchio e lo dico da agricoltore che ha sempre creduto nella qualità ed unicità di questa coltura. Da una decina d’anni, infatti, sono stati immessi sul mercato semi ibridi che hanno preso sempre più piede e consentono di produrre in qualunque condizione climatica e di terreno. Un radicchio per tutte le stagioni, ma non il radicchio di Chioggia o di Ferrara, con il suo tipico colore e sapore. Qui abbiamo sempre coltivato con un seme autoctono che garantisce tipicità, fatto che negli anni scorso consentiva ai produttori di guidare il mercato. Ora, invece, c’è una concorrenza che non punta tanto sulla qualità ma rende il prodotto sempre disponibile, a un prezzo a volte inferiore sia per chi lo commercializza che per chi lo compra. Con questo tipo di situazione facciamo fatica a competere. Io però continuo a sperare in una forte e decisa rinascita del radicchio tipico, magari grazie ad una maggiore valorizzazione della sua eccellenza territoriale, che credo rimanga ancora un importante valore aggiunto”.

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