Flettono le superfici di frumento duro e sale l’impiego di seme non certificato

grano duro

BOLOGNA – Diminuiscono del 5,1% le superfici produttive destinate alla coltivazione del frumento duro e parallelamente cresce l’impiego del seme non certificato, che ha raggiunto il picco del 55% degli ettari coltivati in Italia. Sono le stime elaborate da Assosementi, sulla base dei dati Istat.“I dati emersi sono preoccupanti e minacciano una coltura che dà origine a un fiore all’occhiello del made in Italy – dichiara in una nota Franco Brazzabeni, presidente della sezione cereali di Assosementi -. L’uso di seme non certificato limita la piena tracciabilità delle produzioni e il calo delle superfici accentua la dipendenza dei trasformatori dalle importazioni. L’impiego di seme certificato rappresenta non solo la migliore garanzia di purezza e germinabilità per il pieno successo delle produzioni – precisa – ma è anche fondamentale per sostenere l’attività di ricerca. Il settore sementiero è costantemente al lavoro per selezionare varietà in grado di competere meglio in presenza di stress, come malattie fungine, insetti e virosi, suoli ricchi di alluminio e siccità”.

Accanto agli aspetti di interesse per la traformazione industriale, quali il contenuto proteico, le proprietà dell’amido e del glutine e il colore della semola, l’innovazione vegetale, spiega Assosementi, può fornire risposte a consumatori sempre più attenti agli aspetti salutistici. “Un esempio è il progetto coordinato dall’Italia che, grazie al lavoro di sequenziamento del genoma del grano duro, ha identificato un gene capace di limitare l’accumulo nei semi di una sostanza tossica come il cadmio – contina Brazzabeni -. In Spagna, invece, i ricercatori dell’Università di Cordoba hanno dato vita a un frumento senza glutine, utile per le persone che soffrono di celiachia”.

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