Il cappelletto “matto” nella zuppiera di Natale

Riproposta d’una piccola beffa un tempo in uso, nelle Romagne e non solo, in occasione del tradizionale pranzo di Natale. Si comincia ovviamente dai cappelletti, goduriosa pasta ripiena in brodo di cappone che, secondo lo studioso Piero Camporesi, traccia il confine alimentare tra il sud ed il nord della nostra regione: vale a dire tra la Romagna, terra di cappelletti e l’Emilia, patria indiscussa dei tortellini, anch’essi più che buoni, ci mancherebbe altro.

Si tratta, quanto a preferenze tra gli uni e gli altri, di un autentico derby di civiltà su cui non ci sembra il caso indire “primarie” di sorta.

Tornando invece alla beffa che un tempo era uso di diverse case, mirava soltanto a rendere ancora più divertente il pranzo natalizio. Si trattava dunque (e volendo si tratta ancora) di “truccare” un cappelletto mettendogli nel ripieno non già il “compenso” prediletto, ma una mistura di spezie e di pepe, confezionandolo poi a mano come tutti gli altri. Solo a tavola si sarebbe scoperto chi lo aveva pescato nel brodo: eloquente sarebbe stato il volto sorpreso del commensale che passava d’improvviso dalla espressione di beatitudine alla faccia di uno che ha mangiato insieme un fico e un’ape.

Un simile trucco può essere praticato con i cappelletti di fattura casalinga, oppure commissionandolo, tra gli altri, a una sfoglina di provata fiducia, senza però mai esagerare. Non come ha fatto il solito Tugnazz lo scorso anno, quando ha riempito di “habanero”, peperoncino potentissimo, un cappelletto finito in bocca a un suo cugino che poi, sostiene Tugnazz: “aveva fatto due zaplòn, due labbroni, che sembravano il parafango d’una Cinquecento”. Con successive invettive non proprio natalizie.
Dunque, senso della misura. E soprattutto auguri di giorni buoni a tutti voi.

Il Passator Cortese

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