La castanicoltura europea è in buona salute ma l’Italia è il fanalino di coda: l’importazione vale 100 milioni di euro

castagneto

Luciano Trentini – Centro di studio e di documentazione sul castagno di Marradi (Fi)

TRANCOSO (Portogallo) – Oltre 250 operatori provenienti dall’Europa e da altri paesi del mondo interessati alle castagne, si sono riuniti a settembre a Trancoso e Penedono, nel Distretto di Guarda in Portogallo, per il X Incontro Europeo dedicato a questo frutto della montagna.

Un’opportunità anche per visitare vecchi castagneti e nuovi impianti allevati secondo i criteri della moderna frutticoltura. Un’edizione molto interessante quella di quest’anno che ha messo in evidenza luci ed ombre del settore e che ha visto la partecipazione di una nutrita e qualificata presenza di operatori italiani in quello che oggi è uno degli appuntamenti più importanti per la castanicoltura.

L’incontro è stato organizzato dalla Rete europea della castagna Eurocasta, animata da Areflh, l’Associazione europea delle regioni ortofrutticole europee, presieduta da Simona Caselli, Assessore all’Agricoltura della Regione Emilia Romagna, e da Refcast, l’Associazione Portoghese dei produttori di castagna presieduta da Josè Gomez-Laranjio. La rete Eurocasta, alla quale partecipano rappresentanti di Italia, Francia, Portogallo e da quest’anno Austria, è nata per sviluppare e diffondere la castanicoltura moderna nel paese e commercializzarne la produzione in Europa, e non solo. Nel territorio di Trancoso e Penedono si producono circa 3.000 tonnellate di castagne che generano una produzione lorda vendibile di circa 6 milioni di euro fra vendita diretta ed esportazione. Le località citate si trovano nell’area produttiva della Denominazione di Origine Protetta “ Soutos de Lapa” che basa la propria produzione sulle cultivar Martainha e Longal.

La castanicoltura nel mondo

È il continente asiatico a dominare il panorama produttivo mondiale con una produzione stimata intorno a 1.900.000 tonnellate su di un totale di 2.400.000 tonnellate di castagne prodotte nel mondo. Il maggiore paese produttore è la Cina, seguito dalle due Coree del Nord e del Sud, dal Vietnam e, a lunga distanza, segue il continente europeo che produttivamente rappresenta circa il 10 -12 % rispetto alla produzione cinese.
In Asia si coltivano prevalentemente castagne appartenenti al genere Castanea mollissima e crenata, mentre in Europa, tutte le castagne immesse sul mercato appartengono al genere Sativa di cui fanno parte castagne e marroni da sempre considerati prodotti di elevata qualità.

Dati da Eurocastanea 2019

Oggi in Italia i dati relativi alla produzione di castagne e marroni possono solo essere stimati poiché la statistica ufficiale non ha ritenuto opportuno censire questa produzione che, purtroppo, nel tempo sta perdendo superfici e produzioni a vantaggio della importazione da paesi della Comunità europea.
I principali partner fornitori dell’Italia sono il Portogallo che apporta poco meno del 30 % del fabbisogno, la Spagna (22%), la Grecia (13%) e l’Albania (8%).
Degli altri paesi fornitori, la Turchia (22%) si è avvantaggiata maggiormente del rapporto commerciale con l’Italia. Occorre monitorare anche mercato cinese, commercialmente molto aggressivo in grado di esportare grandi quantità per un periodo sufficientemente lungo grazie alle diverse aree produttive che il paese possiede.

In Italia, nel periodo ante cinipide (2008 – 2010) la produzione di castagne e marroni era di oltre 55.000 tonnellate scesa, per gli effetti nefasti del cinipide Dryocosmus Kporiphilus, a 15.000 tonnellate per poi risalire alle circa 30.000 tonnellate di oggi. Il dato potrebbe essere sottostimato se si considerano tante piccole aree poco conosciute in cui esistono castagneti per una produzione venduta localmente. Tutto questo, però, non compensa il grande fabbisogno di castagne e marroni richiesti dal mercato del fresco e dall’industria di trasformazione. Ricordiamo che il nostro paese è riconosciuto come un grande trasformatore di castagne e marroni le cui produzioni alimentano un forte mercato interno ed estero.
Il Libro Bianco della Castagna europea redatto da Areflh, pubblicazione che raccoglie l’inventario delle produzioni dei diversi paesi, indica che il solo valore dei prodotti trasformati a base di castagna in Europa vale circa 420 milioni di euro. Per soddisfare i fabbisogni si stima che il quantitativo di castagne importato in Italia raggiunga ormai le 40.000 tonnellate per una spesa complessiva di oltre 100 milioni di euro.

castagnePer il 2019, secondo le informazioni ad oggi raccolte, si prevede una situazione in chiaro scuro. Uno degli aspetti positivi a livello nazionale è la riduzione della presenza del Cinipide nelle regioni del Sud Italia, quelle in grado di fornire le produzioni più importanti (Campania, Calabria, Basilicata) che fanno ben sperare per la prossima produzione e per il futuro della castanicoltura nazionale. Se così fosse, si raggiungerebbe nel tempo un recupero produttivo che permetterebbe un alleggerimento del deficit commerciale.

Situazione leggermente diversa al Nord dove in primavera, forse anche a causa dell’andamento climatico del periodo, in particolare del mese di maggio, si è temuto un importante ritorno del Cinipide. Tuttavia, i controlli immediatamente effettuati hanno posto in evidenza un buon livello di parassitizzazione dell’insetto nocivo da parte del Torymus sinesis che porterà ad un riequilibrio fra l’insetto dannoso e l’antagonista. Dobbiamo quindi pensare ancora una volta alla lotta biologica come un efficace strumento di difesa. In alcuni areali della regione Emilia Romagna, il problema del Cinipide permane probabilmente favorito da alcune pratiche agronomiche non del tutto corrette che impediscono il diffondersi ed il moltiplicarsi del Torymus sinesis.

Occorre fare, e questo è fondamentale, una forte azione di convincimento sui castanicoltori per interrompere la pratica della bruciatura in campo dei residui della vegetazione (es. potature, ramaglie o foglie). Se in passato questa pratica trovava una sua giustificazione, oggi non deve più essere praticata perché determina l’eliminazione del parassitoide che abita le galle presenti sui residui della vegetazione anche per più di un anno. Il danno arrecato con la bruciatura danneggia, non solo chi la pratica, ma soprattutto i castagneti limitrofi di chi ha agito correttamente. Ricordiamo, inoltre, che bruciare o asportare i residui della vegetazione, compreso il taglio dell’erba, provoca un impoverimento della sostanza organica del suolo che è elemento fondamentale per la salute del castagneto.
Lo stesso effetto negativo è provocato anche dai castanicoltori che trattano chimicamente poiché distruggono sia l’insetto nocivo che il suo parassitoide.

La problematica è molto complessa poiché anche altri insetti come le Cydie arrecano danni, ma anche in questo caso si studiano e si utilizzano rimedi biologici come vedi disorientamento sessuale con feromoni, tecnica già applicata in Emilia Romagna. In merito alla produzione 2019 in alcune aree del territorio nazionale si nota una certa eterogeneità circa la presenza di ricci a causa dell’anomalo andamento climatico del mese di maggio caratterizzato da abbondanti piogge e temperatura bassa che hanno impedito la regolare allegazione dei frutti. Dalle stime effettuate in Italia, tenuto conto delle osservazioni precedenti e delle diverse situazioni a livello nazionale si può prevedere una produzione comparabile a quella del 2018.
Resta un grave problema da risolvere, discusso abbondantemente nel convegno portoghese, relativo al marciume nero della castagna ormai più noto come Gnomoniopsis Castaneae. Un fungo che crea gravi danni al frutto rendendolo inutilizzabile e per il quale ancora oggi non sono state trovate soluzioni valide per debellarlo. Questo patogeno il cui sviluppo è molto legato all’andamento stagionale può incidere in maniera importante sia sulla quantità sia sulla commercializzazione di castagne e marroni.

Abbiamo ricordato che l’Italia è un paese importatore di castagne per la necessità di soddisfare i propri fabbisogni. Questo induce a pensare che serva un piano per implementare la coltivazione di marroni e castagne almeno per soddisfare il fabbisogno interno.
Le strade da intraprendere sono due. Da un lato bisogna dare vigore al recupero di quei castagneti che, pur essendo ormai vecchi, sono ancora in grado di produrre ma soprattutto occorre rinnovare un grande valore al paesaggio rurale di montagna ed alla sua salvaguardia. Dall’altro dobbiamo, anche nel nostro Paese, dare una nuova opportunità ai giovani castanicoltori, intraprendendo la strada legata alla realizzazione di frutteti di castagno. Impianti moderni irrigabili, lavorabili meccanicamente, trapiantati anche ad elevata densità che possano usufruire di sistemi meccanizzati anche per le operazioni di potatura e di raccolta. Questa strada è già da tempo intrapresa dai nostri concorrenti (Portogallo 5.000 ettari di nuovi impianti già realizzati sui 10.000 previsti, Spagna 4.000 ettari realizzati, ma anche Cile, Turchia).
In questi anni il Piemonte ha avviato un interessante percorso di studio e di realizzazioni di nuovi castagneti, ma vi sono aree del territorio italiano, anche della nostra Regione, che possono essere idonee allo sviluppo di una nuova castanicoltura. Oggi anche in Emilia Romagna, proprio per la competenza dei produttori e per le conoscenze che insistono nel territorio, si deve pensare ad un progetto di rilancio del settore che ha qualche debolezza ma tanti punti di forza.

A mio avviso, viste le conoscenze e le competenze disponibili, é necessario uno studio dei suoli che individui i terreni idonei alla nuova castanicoltura per fornire indicazioni utili ai produttori. Di pari passo, poi, si analizzeranno varietà da coltivare e i metodi di coltivazione avvalendosi delle esperienze già in atto. Un processo di ammodernamento dell’agricoltura di collina e di montagna potrebbe favorire il re-insediamento di giovani in questi territori considerati svantaggiati.

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