Lotta biologica con bisce e ramarri, poco tempo fa in Emilia

ramarro

Forse non tutti sanno che, ancora qualche decennio fa, bisce e ramarri erano catturati: ma non uccisi, anzi destinati alla lotta biologica nelle risaie contro topi e altri animaletti golosi delle nascenti piantine di riso. La cattura, soprattutto delle bisce d’acqua, ma anche dei ramarri, avveniva nei maceri che costellavano la bassa emiliana, in particolare nel ravennate e nel ferrarese (i maceri servivano per la macerazione della canapa).

Le bisce, che possono raggiungere dimensioni ragguardevoli, venivano colte da esperti raccoglitori (già braccianti) e poi portate a famiglie specializzate nella spedizione via ferrovia. I rettili erano selezionati da “arzdore” che le maneggiavano come anguille, immessi in contenitori di latta poi sigillati ma con i fori per far passare aria, e di qui inviati via treno ai richiedenti, anche fuori regione (i rettili possono sopravvivere tranquillamente per diversi giorni). Poi i destinatari li rilasciavano nelle risaie affinchè potessero tornare a svolgere il loro ruolo naturale di predatori dei dannosi invasori. Ci sono testimonianze, anche fotografiche, di questa insolita raccolta. I lettori più curiosi potranno ritrovarle nel bel libricino: “Il pesce rosso”, di Marcello Balzaretti (edito da “il Sesto Continente” nel 2003). Cosa c’entra il pesce rosso, protagonista degli acquari? Forse non tutti sanno che un tempo l’allevamento dei pesci rossi, caratteristica dell’Emilia Romagna, avveniva proprio nei maceri: il fascino di questa empirica forma di acquicoltura sta ancora una volta nello stretto rapporto che lega agricoltura e natura. I maceri per la canapa erano piccole zone umide ideali anche per la vita, la riproduzione e anche di produzione di tutta una catena di piccoli esseri viventi utili a più scopi.

Il Passator Cortese

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