Emer Sani
Cesena – La fragolicoltura a Cesena resiste grazie a pochi produttori rimasti. Tra questi c’è Fabrizio Minotti, agricoltore che da una vita lavora la terra e che oggi racconta, con amarezza, cosa significa continuare a produrre fragole in un territorio che un tempo era un vero distretto d’eccellenza. La sua azienda si sviluppa su una produzione ancora importante, ma sempre più difficile da sostenere, con 23-24 mila piantine in 5mila metri, in serra e veronese, qualità Asia e Sibilla. “Si comincia da metà aprile fino alla fine di maggio”, spiega Fabrizio.
Le difficoltà non sono solo tecniche o climatiche, ma soprattutto strutturali e sociali. “Ci sono troppe difficoltà, tant’è che nel cesenate a produrre fragole eravamo più di cento mentre ora siamo rimasti in 7-8. I giovani non fanno più i contadini, compreso mio figlio, quando non c’è forza giovane che avanza, tutto viene a meno. Io ho 60 anni, ho ancora un paio di anni attività, il lavoro infatti è faticoso, aprire e chiudere le serre, e con il passare degli anni non c’è la fai più”.
È il racconto di un ricambio generazionale mancato, che pesa come un macigno sul futuro del comparto. A tutto questo si aggiunge l’impossibilità di sostenere costi aggiuntivi: “Non puoi prendere un dipendente, non ce lo possiamo permettere”. Una frase che riassume la fragilità economica di molte piccole aziende agricole, schiacciate tra costi fissi elevati e margini sempre più ridotti.
Il tema dei prezzi è centrale e Fabrizio lo lega direttamente alla dignità del lavoro agricolo: “Sono in pensione, prendo 600 euro al mese, continuo a lavorare e a pagare i contributi, ho detto a mio figlio è meglio se trovi un altro lavoro. I prezzi delle fragole non sono adeguati, faccio un paragone, prendo poco di pensione, mi dicono, perché ho pagato pochi contributi, ma se le fragole costassero 10 euro il chilo, li avrei potuti pagare. Mi sembra che tutto il settore stia andando all’aria”. Una riflessione che va oltre il singolo prodotto e investe l’intero sistema agroalimentare. Per restare in piedi, Fabrizio ha scelto la vendita diretta: “Vendo da solo, vado al mercato a Pieve Sistina, nel comune di Bagno di Romagna, mantenendo un rapporto diretto con i consumatori e accorciando la filiera”.
Anche sul fronte della difesa fitosanitaria, la sua è una scelta di responsabilità. “Per la difesa, essendo al chiuso delle serre, uso gli insetti, in particolare contro il ragno rosso che se prende non raccogli più, invece con gli insetti si tiene sotto controllo. Utilizzare trattamenti comuni implicherebbe più lavoro e più costi”.
La preoccupazione più grande, però, riguarda il futuro della coltivazione: “Il problema riguarda la sterilizzazione, che la vogliono togliere. Le piantine si ammalano, fanno funghi alle radici, praticamente stai dietro un anno per non raccogliere niente. Per la sterilizzazione al momento hanno messo dei parametri più difficoltosi, quando avverrà che sarà proibita smetteremo tutti di produrre, anche quei pochi a cui è rimasta la voglia”. Parole che suonano come un allarme per tutto il comparto.
“Ho l’impressione che si voglia distruggendo l’agricoltura, non so cosa mangeremo, le fragole arrivano dalla Spagna, raccolte ancora verdi, non hanno sapore, qui invece la raccolta avviene al mattino e spesso la sera viene mangiata”.
È la differenza tra un prodotto di filiera lunga e uno locale, fresco, identitario. “Fino a che posso faccio per conto mio, so cosa mangio, mi dispiace per gli altri”.



