Norme restrittive e calo dell'export rendono difficile la risicoltura - Agrimpresaonline Webzine

Norme restrittive e calo dell’export rendono difficile la risicoltura

Erika Angelini

FERRARA – Un calo di superfici drastico, che quest’anno vede solamente cinquemila ettari investiti, – erano più del doppio fino a qualche anno fa, e che rischia di scendere ulteriormente l’anno prossimo. I risicoltori ferraresi riuniti nel Gie Cereali di Cia Ferrara, sono chiari: se la situazione rimane questa, l’anno prossimo riconvertiamo le risaie e seminiamo soia.

Ma quale è questa situazione e perché è diventata ancora più grave? Abbiamo parlato spesso, su queste pagine, dei problemi che affliggono la produzione risicola italiana: l’assenza di dazi per i principali paesi produttori come Cambogia e Myanmar che condiziona pesantemente i prezzi di mercato; l’aumento continuo dei costi di produzione, dovuto nel ferrarese alla proliferazione delle nutrie che erodono le sponde delle risaie e si nutrono delle piante; la continua messa al bando di quelle molecole, anche l’autorizzazione del Cletodim, utile contro il Riso Crodo, rischia di non essere rinnovata, fondamentali per una difesa efficace.

A queste problematiche, che rendono la produzione del riso, ma anche di altre colture del territorio, un percorso a ostacoli, si aggiungono le misure messe in campo dalla Regione per la qualità dell’aria e, in particolare, il divieto di bruciare le stoppie delle paglie di riso che dovranno, invece, essere interrate. Una decisione che ha fatto infuriare i risicoltori del territorio che si chiedono: può una decisione “politica” compromettere un’intera produzione?

“L’abbruciamento delle paglie che avviene in autunno dopo la mietitura – spiegano i risicoltori del Gie –, è essenziale per eliminare le sementi delle infestanti, del “riso selvatico” e, in generale, dei patogeni. Si tratta di una pratica controllata che, effettuata in modo corretto, quando la paglia è secca, non ha un impatto ambientale così evidente sulla qualità dell’aria, anche perché parliamo di zone sostanzialmente de-industrializzate.

Con questo provvedimento la Regione, sicuramente impegnata a contenere le emissioni visto che è stata sanzionata, dimostra di non conoscere le caratteristiche del Basso Ferrarese dove si coltiva il riso. Ci dice, infatti, che dobbiamo trinciare e interrare le paglie, senza probabilmente valutare le conseguenze di questa indicazione. Interrando sui terreni più compatti, infatti, la paglia degraderà in maniera lentissima, generando sostanze tossiche nel sottosuolo che ne comprometteranno la salubrità, mentre nei terreni più torbosi ci sarà un accumulo anomalo di materiale organico.
Inoltre, non è stata considerata la morfologia stessa dei terreni.

Futuro incerto per le produzioni ferraresi dove sono in calo le superfici

Per capirci – continuano i risicoltori -, in un altro areale produttivo, quello piemontese, sono così composti: uno strato di terreno seguito da uno di sassi che ha la funzione di drenare l’acqua. A Ferrara, invece, abbiamo, come già detto, un terreno argilloso o torboso e sotto direttamente la falda, quindi nessuno strato di “drenaggio”. Se dovessimo lasciare la paglia sui terreni questa si impregnerebbe d’acqua, non consentirebbe ai terreni di seccarsi e sarebbe quasi impossibile, per un mezzo pesante come un trattore, entrare in campo, senza lasciare solchi anche di 40-50 cm pieni d’acqua.

Ci chiediamo, quindi, se i politici e i tecnici che in Regione decidono le nostre sorti, sono mai venuti a vedere le nostre risaie e se non l’hanno fatto li invitiamo a farlo, per toccare con mano il terreno e vedere quali danni può fare un provvedimento, anche se preso con le migliori intenzioni.

Oltre a queste gravi criticità, occorre sottolineare – concludono i risicoltori -, che le operazioni di interramento faranno aumentare in maniera considerevole i costi di produzione, perché, un conto è effettuare la bruciatura, un altro è tagliare e interrare grandi superfici di riso.
Per questo, facciamo un appello alla Regione perché scelga di darci una deroga per gli abbruciamenti, peraltro previsti anche dai Disciplinari produttivi, per non dare il colpo di grazia definitivo alla nostra risicoltura.”

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