Nutria allo spiedo, in agrodolce, in polpette…

nutrie

Attenzione, cari lettori: il nostro titolo non è un’invenzione giornalistica. È l’indice di un ricettario che concludeva un manualetto per allevatori dal titolo: “Il Nutria, o Castorino”, del 1954. Erano gli anni nei quali in Veneto, ma non solo, fiorivano numerosi allevamenti di nutrie per soddisfare la moda, che terrà banco per una decina di anni, delle pellicce di castorino. Pellicce di serie B, rispetto a quelle più costose di visone.

Oltre alle pelli gli allevamenti vendevano anche le carni: i gusti di allora erano meno schifiltosi di quelli di oggi. Non stiamo certo incoraggiando l’uso odierno delle carni di nutria, il cui solo pensiero farebbe svenire diversi consumatori. Lo spunto storico ci serve soltanto a capire come  nacque, in un determinato momento storico, il “boom” degli allevamenti di nutrie. Con esiti successivamente sventurati per l’ambiente. Perchè, una volta finita la moda del “castorino”, gli allevamenti furono dismessi, le nutrie fuggirono e prolifiche come sono si moltiplicarono e si diffusero nelle valli e nei canali, con ampio e crescente raggio d’azione.

E senza “nemici” naturali: in Sud America, loro area d’origine, ci sono giaguari e anaconde: da noi no. E dunque, le nutrie divennero infestatatrici di zone umide, valli e canali e… argini, che riducono a colabrodo. Gli effetti, talvolta, sono disastrosi e sono in atto misure di contenimento, spesso complicate da fervori inutilmente protezionistici.

Buon senso cercasi: l’ecologia non è gioco da salotto.

Il Passator Cortese

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