Polli da carne e galline ovaiole non conoscono crisi: l’emergenza sanitaria ne ha fatto impennare i consumi e l’Italia è autosufficiente - Agrimpresaonline Webzine

Polli da carne e galline ovaiole non conoscono crisi: l’emergenza sanitaria ne ha fatto impennare i consumi e l’Italia è autosufficiente

polli a terra

Claudio Ferri

L’Emilia Romagna si colloca al terzo posto tra le regioni produttrici dopo Veneto e Lombardia: in aumento il biologico e l’attenzione dei consumatori va agli allevamenti sostenibili e rispettosi degli animali

La produzione europea di carni avicole è in costante crescita da un decennio: dal 2014 al 2019 ha fatto registrare un incremento del 20%. Lo scorso anno il Vecchio continente, rileva Ismea, si è confermato il terzo produttore mondiale ed uno dei principali player commerciali a livello globale, sia come esportatore che come importatore.

La Polonia si è confermata per il quarto anno consecutivo il principale produttore in ambito europeo (dal 2015 ha superato la Turchia) con una quota del 16% .

pollo arrostoI Paesi che in ambito europeo hanno evidenziato una maggiore dinamica produttiva negli ultimi anni appartengono all’area dell’Est Europa: oltre alla Polonia, Romania e Ungheria hanno maggiormente incrementato le produzioni negli ultimi 5 anni e i Il miglioramento delle condizioni economiche in queste nazioni ha favorito l’aumento del consumo interno e permesso investimenti che hanno reso più efficienti i sistemi produttivi.

L’Italia, in tale contesto, si posiziona al 7° posto con una produzione che cresce a ritmi meno sostenuti negli ultimi anni a causa di un mercato interno già saturo, ma che punta su innovazione, differenziazione e miglioramento degli standard qualitativi degli allevamenti e delle carni, piuttosto che sull’espansione geografica del mercato.

Nel 2019 in Italia risultano presenti quasi 147 milioni di volatili domestici, allevati in circa 8.700 strutture. Tra gli avicoli allevati, la metà è rappresentata da polli da carne, il 35% da galline ovaiole, il 7% da tacchini da carne e il restante 8% da specie minori quali faraone, piccioni, anatre, oche.

Nel triennio 2016-2019 il numero di capi in allevamento risulta incrementato dell’11%, con un orientamento che privilegia l’ampliamento della produzione di polli (+8%) e galline ovaiole (+17%) e penalizza invece quello già minoritario di tacchini (-3%).

A livello territoriale risulta una chiara concentrazione dei capi in tre regioni: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Nella sola regione Veneto sono allevati un terzo dei polli nazionali (oltre 700 allevamenti di grandi dimensioni in cui possono essere allevati 24 milioni di polli). Il bilancio di approvvigionamento settoriale conferma nel 2019 una situazione di totale autoapprovvigionamento e in ulteriore crescita rispetto a quanto emerso per il 2018.

I consumi si sono attestati a 1.205 tonnellate, pari a un consumo pro capite di 20,0 kg: +1,4% rispetto al 2018.

Dopo anni di crescita costante e consistente, sempre secondo Ismea, la produzione italiana di carni avicole si è pressoché stabilizzata raggiungendo un equilibrio tra l’offerta e la domanda interna.

Nel 2019, la produzione di carni avicole in Italia è stata pari a 1.300.000 tonnellate, con un aumento del 1,2% rispetto al 2018. La Germania è lo sbocco principale, con una quota del 29% e un trend espansivo sia nel 2019 che nel 2020. Le tendenze analizzate dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo è imputabile esclusivamente alla perdita di interesse per le carni di tacchino (-7%), mentre il pollo è riuscito a tenere in positivo il trend delle vendite sia in volume (+0,2%) che in valore (+2,5%).

Il 2020, tuttavia, il mercato avicolo è iniziato su toni fiacchi: l’incremento della produzione messa in atto da inizio gennaio, in un contesto di domanda stanca e di prezzi contenuti, non ha favorito la ripresa delle quotazioni già in calo nel finale 2019.

Le produzioni di carni bianche hanno continuato a crescere nei primi due mesi del 2020 con un assorbimento regolare e senza spunti positivi sui valori di scambio. Nel mese di marzo però la situazione è cambiata radicalmente. L’esigenza di contenimento della diffusione del Covid 19 ha stravolto gli schemi consueti in ordine alle modalità di vita e di consumo. La chiusura di tutti i canali horeca ha causato un netto aumento dei consumi in casa, le vendite sono aumentate un po’ per tutti i prodotti, con una netta prevalenza per i quelli confezionati e stoccabili.

Secondo i dati Nielsen Consumer Panel, gli acquisti per consumo domestico delle famiglie italiane si sono aggirati, nell’ultimo quinquennio, tra i 21 e i 26,5 milioni di Kg ogni 4 settimane. Nel mese di marzo 2020, in pieno periodo di lockdown, questi hanno superato i 31 milioni, mettendo a segno un incremento rispetto alla media del quinquennio del 25%.

Uova allevate a terra

uovaQuello delle uova è un altro comparto che denota una certa effervescenza: negli allevamenti dell’Unione Europea ci sono circa 400 milioni di galline ovaiole che producono annualmente circa 7,3 milioni di tonnellate di uova, di queste circa 6,7 milioni sono destinate al consumo fresco.

Nel 2012 la normativa europea, recependo le istanze di una parte sempre più consistente di cittadini, abolì gli allevamenti in batteria, indirizzando la produzione verso contesti in cui lo spazio a disposizione dei capi allevati fosse superiore a quello precedente e definendo requisiti minimi (gabbie arricchite). Di tutte le uova comunitarie, la metà ancora proviene da questo tipo di allevamenti.
In Italia, così come in molti altri Paesi Comunitari, è da tempo in corso un processo di graduale riconversione delle imprese che producono uova in gabbie arricchite. Nel 2019 la quota nazionale di uova provenienti da questo tipo di allevamento è stata del 45% circa, leggermente inferiore alla media europea.

Tra i produttori comunitari di uova, l’Italia si posiziona al quarto posto, dopo Francia, Germania e Spagna.

Nella Penisola il 55% delle galline sono allevate a terra contro il 50% della media europea.

La produzione italiana nel 2019 si attesta su oltre 12,3 miliardi di uova, pari a circa 773 mila tonnellate di prodotto, per un corrispondente di poco inferiore a 1 miliardo di euro per la sola parte agricola, mentre il fatturato delle vendite per lavorazione e trasformazione del prodotto finito aggiunge altri 1,5 miliardi di euro di volume di affari del comparto.

La produzione è garantita da 39,8 milioni di galline ovaiole accasate in oltre 2.300 allevamenti di cui 1.300 di grandi dimensioni (con più di mille capi).

Più della metà di questa produzione è concentrata nel Nord Italia, soprattutto in Veneto e Lombardia dove

si trovano quasi la metà delle consistenze nazionali (48%), segue l’Emilia Romagna con il 16%. Al Sud è la Sicilia a rappresentare il polo di riferimento con un 6%.

Il 47% dei capi in deposizione è allevato “a terra”, il 45% in allevamenti con “gabbie arricchite”, il 3% in allevamenti all’aperto e il 5% in allevamenti biologici.

Il consumo nazionale annuo di uova è pari a 13 Kg pro-capite corrispondente a circa 207 uova all’anno, fra consumo diretto e indiretto, considerato che il 40% del prodotto è utilizzato nell’industria alimentare sotto forma di ovo-prodotti.

L’Italia è quindi sostanzialmente autosufficiente nella produzione di uova, producendone un quantitativo adeguato a coprire l’intero fabbisogno nazionale (98% èil grado di autoapprovvigionamento), esiste tuttavia una quota di scambi con l’estero, sia in entrata che in uscita, ma si tratta prevalentemente di prodotto destinato all’industria di trasformazione.

Le uova da allevamento a terra, al momento, detengono la quota principale (56%), ed anche la più dinamica, i volumi sono hanno subito una impennata del 25% rispetto al 2018.

I consumatori poi mostrano sempre un vivo interesse per le produzioni considerate a più alto valore etico-salutare: le uova provenienti da allevamenti all’aperto, pur rappresentando ancora una piccola fetta nella distribuzione moderna (solo il 3%), hanno registrato nel 2019 incrementi del 3% rispetto al 2018.

Le uova certificate biologiche conquistano il 10% dei volumi esitati, mostrando incrementi del 11% rispetto al 2018 e al dettaglio valgono più del doppio di quelle allevate in gabbia.

Per le uova provenienti da allevamenti in gabbie arricchite (che rappresentano ancora il 31% dell’offerta al consumo) si è registrata una flessione delle vendite in volume del 25%.

Il comparto delle uova è quello che meglio esce dalla situazione di crisi e incertezze causate dal periodo di lockdown: nei primi quattro mesi del 2020, a crescere sono state le vendite di tutti i prodotti confezionati, ma le uova sono, fra tutti, quelle che hanno registrato gli aumenti più corposi. Basti notare che nel periodo cumulato considerato, mentre la spesa per i prodotti confezionati cresce dell’11% su base annua, le uova registrano una crescita raddoppiata rispetto al trend generale (+22%), con la categoria più rappresentativa (uova da allevamento a terra) che cresce del 32%.

(Fonte: Ismea)

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