Quotazioni del frumento offensive

Agosto 2016

Antonio Dosi, presidente Cia Emilia Romagna

L’euforia, seppur timida, di una annata cerealicola discreta dal punto di vista produttivo (per il momento limitiamoci ai frumenti), è frenata bruscamente dalle quotazioni ‘offensive’ dei grani.

Stiamo parlando di cifre che vanno dai 16 euro al quintale per il frumento tenero ai 19 del grano duro. Un messaggio che la Cia ha lanciato in tutta Emilia Romagna con iniziative in tutte le province, che mettevano in evidenza il crollo del valore del prodotto.

Il grano duro, con appena 35 milioni di tonnellate di prodotto, rappresenta una percentuale dell’1,5% della produzione mondiale di cereali e la sua coltivazione è delimitata a poche regioni nel mondo, con l’80% della produzione concentrata tra Nord America e bacino del Mediterraneo.
L’Italia è di gran lunga il primo paese produttore di grano duro in Europa e si contende con il Canada su base annuale il primato mondiale. In molte zone d’Italia il grano duro non ha alternative colturali e la sua coltivazione contribuisce in maniera importante al miglioramento economico e sociale di tali aree rurali, con un ruolo importante anche per politiche ambientali, valorizzazione del paesaggio e difesa idrogeologica del territorio.

L’annata agraria appena conclusa, con rese ottime in molte zone dell’Italia, porta la produzione a livelli importanti e supera i 5 milioni di tonnellate, cui si aggiungono inopportune importazioni mirate ad un chiaro scopo speculativo.

La situazione di mercato, partita da una chiusura difficile della campagna precedente, è ulteriormente peggiorata al punto che le borse merci sono in difficoltà perfino a comunicare le quotazioni.
I corsi del grano duro sono oramai ben sotto i 20 euro al quintale, le stesse produzioni biologiche non riescono a superare i 25-26 euro. Prezzi ben al di sotto dei costi di produzione, senza portare nessun vantaggio per i consumatori considerato che i prezzi della semola e della pasta restano stabili se non in aumento.
Ovvio che non può funzionare una filiera che vede un quintale di pasta pagato 180 euro dal consumatore e un quintale di grano duro pagato poco più di 18 euro al produttore agricolo. Troppo ampia e ingiustificata la forbice. In queste condizioni e senza interventi imminenti c’è il rischio che molti agricoltori non seminino grano per il prossimo anno, mettendo a rischio la materia prima nazionale per una produzione di eccellenza del made in Italy agroalimentare come la pasta. Per questo motivo sono necessari interventi delle istituzioni parlamentari.

Innanzitutto occorre verificare presso il Ministro dell’agricoltura la possibilità di sospendere temporaneamente le autorizzazioni alle importazioni in regime di Tpa (Traffico di perfezionamento attivo) per evitare ulteriori speculazioni e impegnarsi in Europa affinché la Pac, oggi in periodo di revisione, possa incentivare strumenti come i fondi mutualistici per la stabilizzazione del reddito.
Va poi velocizzata l’attuazione delle misure annunciate nel piano cerealicolo nazionale, con provvedimenti mirati che possano andare incontro alle esigenze degli agricoltori come ad esempio potenziare i centri di stoccaggio e favorire una maggiore aggregazione dell’offerta.

Inoltre, vanno incentivati accordi e contratti di filiera capaci di garantire una più equa ridistribuzione del valore e occorre prevedere una campagna di promozione e valorizzazione della pasta italiana nel mondo, che trova oggi una concorrenza impensabile fino a pochi anni fa.
Poi c’è il fattore ‘trasparenza’, che deve essere massimo nelle borse merci, con un ruolo maggiore dei rappresentanti degli agricoltori.

Infine, va resa obbligatoria e non facoltativa la comunicazione delle scorte da parte degli operatori commerciali e industriali in modo da avere dati oggettivi e verificabili, oltre che rendere più trasparente la valutazione di mercato e approntare un bilancio previsionale affidabile della nuova campagna di commercializzazione.

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