Le sementi fanno gola

Giugno 2016

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

I semi dell’Italia arrivano ovunque. Non mi riferisco a quelli culturali, quelli che la Penisola esprime oltreconfine in termini di pensiero, stili di vita e di alimentazione, ma proprio quelli che servono per la moltiplicazione delle specie vegetali.

Chissà perché, seppur nella sua grande importanza (tant’è che le declinazioni del seme, in chiave metaforica, sono usate spessissimo), nell’articolato mondo dell’agroalimentare se ne parla con toni ecumenici, un settore economico quasi mai ‘gridato’, che mantiene tutto sommato un profilo basso. 

Perché il comparto sementiero va bene, osserveranno alcuni. Come non dargli ragione, a giudicare dai commenti e dai dati riportati nell’approfondimento che ospita questo numero di Agrimpresa. È quindi un ramo estremamente importante per i produttori agricoli che coltivano essenze da seme e che esprimono volumi – e bilanci – di tutto rispetto, specialmente in Emilia Romagna che è una delle principali regioni che investe in questo comparto.

L’agricoltore coltiva sementi su licenza, mentre il processo di ricerca e di costituzione delle nuove varietà vegetali è lungo ed oneroso: per questo il mercato del seme è in mano a poche ditte multinazionali (sono 5, quando nel 1981 le ditte sementiere erano 7 mila), ma i rapidi processi di integrazione potrebbero restringere l’esclusivo club che, guarda caso, controlla anche più dei tre quarti del ricco mercato dei fitofarmaci). Le ‘grandi sorelle’ del settore sono quindi in grado di condizionare le scelte del seme, le cui specie si sono notevolmente ridotte.

Dal 2000 al 2008 il prezzo delle sementi, quello che acquistano gli agricoltori per produrre derrate alimentari, è aumentato di circa il 30% in Europa, istituzione che da molte parti è sollecitata affinché si vada nella direzione della differenziazione e della conservazione della biodiversità sempre più minacciata. La stessa Fao conferma che le varietà di cereali coltivate si stanno uniformando, con una perdita del 75% della biodiversità e, secondo proiezioni di qui al 2050, lasceremo sulla strada un terzo delle attuali. C’è quindi una grande discussione su chi deve controllare le sementi, a partire dalla proprietà intellettuale e dai brevetti che inizialmente erano pensati per i prodotti chimici, ma che ora possono essere richiesti anche su specie animali e piante.

Una questione delicata che sosta nei Palazzi europei, perché una specifica Direttiva Ue (la 98/44) escluderebbe la brevettabilità delle varietà vegetali, ma nonostante ciò gli uffici preposti di Bruxelles continuano a riconoscerne di nuove.

Ma anche in questo caso vige un condotta molto english: low profile.

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