Superfici a mais in calo, crescono soia e pisello proteico - Agrimpresaonline Webzine

Superfici a mais in calo, crescono soia e pisello proteico

Erika Angelini

BOLOGNA – Coltivare mais è diventata una scommessa al buio, che sempre più agricoltori decidono di non accettare. Lo dicono i dati riguardo alle superfici investite nel 2018, in costante calo rispetto agli ultimi anni e le scelte delle aziende che investono su altri seminativi, frumento tenero in primis, ma anche soia e pisello proteico. Con Loredano Poli, direttore operativo conferimenti di Progeo Sca, abbiamo fatto il punto sulla situazione colturale e di mercato del mais.“Nel Nord e Centro Italia continua la contrazione delle superfici coltivate a mais – spiega Poli -. Fanno eccezione alcune zone del cremonese, parte del Piemonte e del Friuli dove la zootecnia è molto diffusa e, in generale, quelle aree dove aziende strutturate riescono a irrigare e a gestire meglio la coltura. Il mais viene “abbandonato”, infatti, per l’ormai nota presenza delle aflatossine, che si formano in condizioni climatiche siccitose, compromettendo la qualità dei raccolti e rendendo difficile la lavorazione del prodotto da parte dei mangimifici. Così, proprio per bypassare il problema di queste malattie fungine, gran parte del mais viene utilizzato, ormai, per la produzione energetica.
L’altro fattore determinante – continua Poli – che influisce sulle scelte dei produttori è naturalmente il mercato. L’Italia è condizionata dalla produzione mondiale che, negli ultimi anni, ha garantito un’elevata disponibilità di prodotto, tanto che l’import è passato in poco tempo da un valore di dieci milioni a cinquanta. C’è, dunque, mais in abbondanza privo di aflatossine e paesi, come Ungheria e Ucraina, pronti a cederlo a un prezzo bloccato fino al 2019. In questo contesto appare evidente che le quotazioni di mercato si mantengano medio-basse e gli agricoltori finiscano per puntare su altri seminativi meno problematici a livello colturale e commerciale.”

Condizioni difficili, dunque, tanto che viene da chiedersi cosa ne sarà del mais prodotto in Italia.

“In dieci anni il mais conferito a Progeo è passato da 400-500 mila quintali a circa 100.000 nel 2017, quantità destinata a diminuire ulteriormente in questa annata. È chiaro che gli agricoltori devono fare reddito e le aziende di trasformazione reperire le quantità necessarie e lavorare un buon prodotto. Il mais italiano sembra non riuscire a soddisfare più questi requisiti e bisogna essere obiettivi a riguardo, anche se è difficile vedere esaurirsi una filiera così importante, senza avere soluzioni e strumenti per intervenire”. Alla contrazione delle superfici investite a mais corrisponde un aumento di quelle seminate a frumento tenero, soia e pisello proteico.

“Il mercato internazionale della soia – continua Poli – è sostanzialmente uno scambio diretto America-Cina. I paesi produttori per eccellenza – Stati Uniti, Argentina e Brasile – producono ed esportano per sopperire il consumo cinese, in continua e costante espansione, tanto che negli ultimi dieci anni è aumentato di circa sei volte e, considerando i numeri della popolazione, si tratta di quantità enormi di prodotto richiesto. L’Europa rimane un importatore e l’Italia, che pur è il maggior produttore europeo, non riesce a sopperire il suo fabbisogno interno.
Da un punto di vista commerciale la soia è in mano a multinazionali, forti e con capacità commerciali ed economiche diverse rispetto a quelli del mais, quindi il mercato è più sostenuto e remunerativo. Per questo c’è stato, già dall’anno scorso, un aumento delle semine, anche se non possiamo parlare di una vera e propria corsa a investire sulla soia, perché anche questa coltura richiede terreni vocati e irrigazione.
Se mancano queste condizioni, e abbiamo ad esempio mesi di luglio e agosto particolarmente siccitosi, un agricoltore può arrivare a produrre solo 15-20 q.li/ha. A quel punto poco importa se il prodotto costa il doppio o più del mais e quindi sui 370 euro/q.li, l’azienda finisce per perderci. Diventa interessante, invece, produrre soia in alcune zone del ferrarese e del Veneto dove ci sono terreni vocati e possibilità di irrigare e si arrivano a produrre anche 40-50 q.li/ha.

Sta andando bene, con un aumento generalizzato delle superfici a livello regionale, il pisello proteico – continua Poli -. Seminato in autunno come il frumento, ha il suo ciclo vegetativo nel periodo in cui la siccità non è quasi mai un problema, perché viene raccolto a inizio giugno. Inoltre, ha dei costi di produzione più bassi rispetto al grano e rientra perfettamente nella rotazione colturale. Certo, non parliamo di quotazioni di mercato esorbitanti, perché l’anno scorso è stato pagato, in media, circa 220 euro/ton. Ma è una coltura che non dà particolari problemi, può arrivare a produrre anche 40 q/ha e in alcune zone di Ferrara e Bologna consente di fare un doppio raccolto. Quindi un prodotto destinato probabilmente a una crescita ulteriore nei prossimi anni”.

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