Un allevamento bio in Appennino ‘alimentato’ dalla passione - Agrimpresaonline Webzine

Un allevamento bio in Appennino ‘alimentato’ dalla passione

allevamento bio

Giuseppe Romagnoli

Lo conduce la famiglia Campominosi che incrocia razze autoctone con Limousine

FERRIERE (Piacenza) – Allevare e coltivare in montagna: a suo tempo l’avevamo definita, sulla base delle testimonianze, “un’agricoltura eroica”, un giudizio che viene pienamente confermato dall’esperienza della famiglia Campominosi che, a Canadello frazione del comune di Ferriere, in provincia di Piacenza, conduce un allevamento di vacche da carne.Si tratta di incroci con limousine e razze autoctone (fecondazione con toro), allevamento da due anni certificato biologico “anche se – commenta amareggiato Armando che opera in azienda con i due figli Carlo (il titolare) e Fabio -, a chi acquista poco importa, anzi sovente preferiscono ignorare questa attestazione”. Così, allevare biologico ha costi ben superiori, ma di fatto il prezzo riconosciuto non è aderente e così gli allevatori di montagna, che naturalmente potrebbero fregiarsi di questo marchio, in molti casi si accontentano di recuperare almeno i costi, integrando gli introiti aziendali con altre attività tra cui, come nel caso dei Campominosi, con la vendita di legna, perché quella delle patate o di mais è praticamente impossibile, causa le perduranti devastazioni operate dai cinghiali ed altri selvatici.

Insomma, lavorare sulle montagne piacentine, e questo discorso forse vale per tutto l’Appennino emiliano, è davvero un’impresa. Ci vuole tanto amore per il proprio territorio e la coesione di una famiglia, formata da due giovani che hanno scelto di lavorare con il padre che, dopo anni di attività in città, è tornato ai luoghi di origine. I capi restano al pascolo per i mesi primaverili ed estivi, poi passano in stalla a stabulazione libera per essere poi venduti per l’ingrasso e la successiva macellazione. Farli rimanere fino al finissaggio costerebbe troppo per il costo elevato dei mangimi biologici e quindi la scelta è stata obbligata.
Per il resto, dunque, ci si accontenta, coltivando una pertica di patate che vanno difese con le unghie ed i denti, con la vendita della legna appunto.

Nonostante i piani di primo insediamento per i figli, chi vuol restare a lavorare in montagna deve fare quotidianamente i conti con tante avversità, da quelle climatiche ed ambientali (frane e smottamenti) alla presenza massiccia degli ungulati i cui danni sono risarciti sempre in modo parziale e con estremo ritardo.
Poi, per chi alleva al pascolo, c’è sempre il rischio degli sconfinamenti della mandria, poi da recuperare. Insomma, una vita davvero complicata per chi è rimasto, nonostante tutto, a tutelare un ambiente sempre più fragile. Ma la passione e l’amore per il proprio territorio e per i luoghi di origine, vince su tutto ed Armando ha la fortuna di poter contare anche sull’aiuto dei figli e della moglie.

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