Lorenzo Catellani, Presidente Cia Emilia Romagna
I consumi di vino segnano il passo, le cantine dispongono di giacenze importanti, c’è un eccesso di offerta e i mercati esteri sono meno ricettivi: la somma di questi fattori incide negativamente sui listini e non si può ignorare questo dato di fatto. Un quadro che fa riflettere sul futuro del settore, ipotizzando anche interventi strutturali su parte della filiera. Prima, tuttavia, uno sguardo alla campagna vendemmiale, argomento trattato più nel dettaglio in questo numero di Agrimpresa.
L’annata 2026 ha preso il via con un anticipo di circa 7-10 giorni rispetto al 2025 e le stime che provengono dai territori evidenziano che il raccolto sarà leggermente più abbondante e di buona qualità organolettica. Tuttavia, l’andamento climatico ha creato forti discrepanze sul territorio: l’estate caldissima ha colpito duramente le aree collinari, strutturalmente penalizzate nella raccolta e nello stoccaggio delle risorse idriche rispetto alla pianura.
Oltre al meteo, a preoccupare è il contesto economico. Le analisi più recenti sul settore vitivinicolo italiano ed emiliano-romagnolo — basate sui dati ufficiali del report Cantina Italia dell’Icqrf — evidenziano una situazione di forte tensione e di surplus nelle cantine. Nonostante la vendemmia 2025 sia stata scarsa, in Italia si registrano volumi in giacenza molto elevati (tra i 42 e i 46 milioni di ettolitri nei mesi estivi, con un incremento tendenziale del +7% sull’anno precedente). Il mercato mostra un’evidente difficoltà nell’assorbire la produzione e, con l’arrivo dei nuovi mosti, gli spazi di stoccaggio rischiano il collasso, aumentando la pressione commerciale su produttori e consorzi.
L’eccesso di offerta, unito alla frenata dei consumi interni e dell’export in mercati chiave (come gli Stati Uniti, che assorbivano circa un quarto del nostro vino), sta trascinando verso il basso i listini medi. L’Emilia Romagna si conferma saldamente tra le primissime regioni per volume stoccato (circa 6,2 milioni di ettolitri), subito dopo Veneto e Puglia. La forte vocazione produttiva regionale — trainata da grandi denominazioni, vini frizzanti, Igp e vini da tavola — amplifica l’impatto di questi numeri: gli operatori emiliani si trovano stretti tra la necessità di difendere il valore del prodotto simbolo del territorio e la spinta di una giacenza che non defluisce a causa dei nuovi stili di consumo globali.
Di fronte a questo scenario di «botti piene», servono interventi strutturali urgenti per riequilibrare domanda e offerta e ridare ossigeno alle imprese. Come Cia, tuttavia, non intendiamo combattere una battaglia puramente difensiva: occorre reagire puntando su innovazione di prodotto, comunicazione e aderenza ai nuovi stili di vita. Oggi in Italia il numero di consumatori di vino è persino aumentato rispetto ai tempi passati: c’è più gente che beve, ma lo fa in modo diverso, e dobbiamo tenerne conto.
Vini dealcolati o a bassa gradazione, ad esempio, non saranno la soluzione a tutti i nostri problemi, ma rappresentano opportunità di mercato che andranno opportunamente valutate. Servono risorse europee per cercare nuovi mercati e per rilanciare la comunicazione in Europa, contrastando l’immagine negativa che spesso viene veicolata e valorizzando il «buon bere» legato alla qualità della vita, alla cucina italiana e al benessere. In questo cammino, la ristorazione deve essere nostra stretta alleata: la cucina italiana, patrimonio Unesco non può fare a meno del nostro vino. Comprendiamo bene che anche i ristoratori affrontano costi in continua crescita e un pesante carico fiscale, ma è innegabile che spesso al tavolo i vini vengano proposti con ricarichi estremamente elevati, che raggiungono il 300% o persino il 400%, disincentivando il consumo.
Parallelamente, occorre intervenire con decisione sul versante dell’offerta. Le eccedenze sono eccessive e non esiste una soluzione unica per tutte le tipologie di vino: le produzioni soffrono in modo differente e le criticità andranno gestite anche a livello locale, valutando stoccaggi volontari, blocchi delle autorizzazioni ai nuovi impianti o conversioni varietali. Uno strumento di cui si sta discutendo molto in queste settimane — e sul quale come Confederazione avvieremo un’analisi estremamente approfondita — è il premio all’estirpazione, inteso come leva strategica di politica economica per tutelare il reddito degli agricoltori ed evitare il crollo della filiera. Terminata la vendemmia dovremo, numeri alla mano, confrontarci tutti insieme sull’effettiva applicabilità di questo strumento nei nostri areali.
In questa fase cruciale, la priorità della Cia resta quella di stare al fianco delle aziende vitivinicole, offrendo rappresentanza e proposte concrete. La vendemmia 2026 ci pone davanti a bivi complessi e a scelte non più rinviabili: sta a noi trasformare una crisi di sovrapproduzione nell’opportunità per ridisegnare il futuro della viticoltura emiliano-romagnola, difendendo la dignità del lavoro nei campi, il valore economico delle nostre cantine e il prestigio dei nostri vini nel mondo.
La sfida è aperta, e la affronteremo con la determinazione di sempre.



