Alla corilicoltura servono tecnici e agricoltori preparati, meccanizzazione condizioni industriali adeguate per sopportare il carico dei costi

nocciole
Il nocciolo al centro di un convegno che ha messo in luce pregi e difetti della coltura

Alessandra Giovannini

IMOLA – “Fate impianti di nocciolo ma mettete anche in discussione il territorio, le sue potenzialità, i prodotti, le strutture. Insomma, c’è sicuramente spazio per la corilicoltura a Imola, in provincia, in Emilia Romagna ma ragioniamola in base a quelle che sono le necessità e a quelle che sono le vere operatività”.

Questa è la risposta di Claudio Sonnati di Agrion, Fondazione per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura piemontese, alla domanda lanciata dall’Associazione ex Allievi periti agrari scarabelliani di Imola che, insieme all’istituto agrario Scarabelli di Imola, agli ordini professionali dei dottori agronomi e dei periti agrari e laureati delle province di Bologna e Ravenna e alle organizzazioni agricole, tra le quali la Cia, hanno organizzato a Imola il 9 novembre scorso una giornata di studi sul tema Nocciòlo, esigente ma di reddito. Vera opportunità per l’agricoltura?

L’incontro, introdotto e coordinato da Pierangelo Raffini, già assessore all’Agricoltura e Attività produttive del Comune di Imola, ha visto al tavolo dei relatori qualificati esperti, a livello nazionale, nella coltivazione del nocciolo e della trasformazione industriale del frutto della pianta. “Tutti gli anni – dice Raffini – cerchiamo di organizzare un convegno che abbia un significato sul territorio. Quest’anno abbiamo scelto il nocciolo perché c’è molto interesse su questo frutto da guscio e perché garantisce delle buone redditività. Abbiamo cercato degli esperti che ci spiegassero i motivi per cui si può coltivare il nocciolo, ci dicessero quali sono le zone più adatte, dando una panoramica chiaramente scientifica agroalimentare e anche industriale ed economica per poter fare una riflessione sul territorio, magari con imprese agricole che vogliano convertire la produzione attuale. Una proposta e un ragionamento che parte dalla considerazione che l’agricoltura negli ultimi anni è flagellata da situazioni meteorologiche, da parassiti che vengono dall’estero, da una caduta verticale di redditività della frutta del territorio data da un filiera che non riesce a fare sistema. Certo, non abbiamo l’ambizione o la presunzione di dare delle ricette, però vorremmo offrire delle finestre, delle possibilità per l’agricoltura del circondario imolese”.

nocciolo convegnoParticolarmente interessante la relazione di Claudio Sonnati di Agrion che ha portato tutta l’esperienza e la conoscenza di quella che è la terra di elezione della corilicoltura, la zona di Alba, in provincia di Cuneo, dove, per altro, opera da decenni l’industria dolciaria Ferrero.
“Noi abbiamo – ha ricordato Sonnati – viticoltura, corilicoltura e frutticoltura a livelli industriali come c’è a Imola e dintorni. La corilicoltura è esportabile e c’è richiesta di nuovi impianti ma il rischio oggi in agricoltura in Italia, in un Paese che non è competitivo dal punto di vista dei costi di produzione, è quello di sostituire una coltura con un’altra. Dal punto di vista pratico, quindi, quello che serve fare prima di tutto, prima di mettere delle piante di nocciolo, quindi avere produzioni tra otto, nove anni, sicuramente importanti, sicuramente con prospettive consumo, è quello di qualificare le produzioni locali, le albicocche, piuttosto che le pesche facendo tutte manifestazioni che siano in grado di portare qui a Imola, nella zona, le produzioni che avete perché è inutile inseguire la coltura che non c’è. Bisogna fare in modo tutti insieme, di volere la stessa cosa, promuovere il territorio e il territorio si promuove solo, ed esclusivamente, con i prodotti locali perché per voi la nocciola, visto che non avete una Igp, non avete una Doc corilicola, sarà sempre “nocciola in guscio” e quindi non avrà mai una connotazione territoriale tale da essere valorizzata. Gli agricoltori, e anche io sono un produttore di nocciole, penso che debbano perdere un po’ tutti il vizio, una volta che le produzioni sono fuori dal cortile, di pensare che non sono più nostre. Nel mondo non funziona così.
Deleghiamo sempre ad altri il piacere della vendita, il piacere del consumo. Occorre fare qualcosa tutti insieme, con le istituzioni prima di tutto, sulle produzioni locali, poi di nocciole mettetene centinaia di ettari, va benissimo, ci sarà anche un aumento di produttività io penso, ma tenete conto che, però, avete una risorsa, in questo territorio in particolare, che noi non abbiamo e che si chiama albicocca e che varrebbe forse la pena di valutare attentamente. Non sono di questa zona ma abbiamo vissuto in Piemonte la stessa difficoltà con altre produzioni che sono praticamente sparite perché delegavamo ad altri la vendita, la trasformazione. Bisogna valorizzare quello che si ha poi, nocciolo, sicuramente sì”.

Importante, e determinante, l’aspetto economico sottolineato da Carlo Pirazzoli, ex docente della facoltà di agraria di Bologna, dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari. Sono aspetti fondamentali – ha sottolineato Pirazzoli – perché se voglio fare una coltivazione che dura 30 o anche più anni, devo capire il profilo economico legato ai problemi di produttività Quest’anno, ad esempio, c’è una scarsa produzione, non tutti gli anni sono come questo, d’accordo, però devo capire qual è una produttività media e sulla base di questo devo capire quale può essere un prezzo medio tendenziale, e anche questa è un’altra incognita e poi capire la Turchia, primo produttore di nocciole del mondo, cosa fa, perché i prezzi mondiali di fatto li fa la Turchia. Sono, insomma, tutte incognite. La prospettiva è buona ma ci vogliono i territori giusti”.

E il nostro è un territorio adatto? “Sotto un profilo teorico, sì. Occorre verificare che ci sia anche sotto quello pratico. Bisogna, quindi, trovare anche qualcuno che sappia di nocciolo, cioè tecnici preparati, agricoltori preparati. Non ci si improvvisa a fare nocciole. Se poi andiamo ad inserirci in un contesto, in un piano industriale come Ferrero o altre grandi realtà, devo essere molto preparato, avere una meccanizzazione, irrigazione, avere tutte le condizioni industriali per poter sopportare un carico di costi che non è indifferente”.

E il pubblico, la regione Emilia Romagna, come può aiutare gli agricoltori? “Se dobbiamo parlare di nocciolo sì o no dobbiamo dare un piccolo sguardo a quella che è la domanda di nocciole in Italia – risponde Valtiero Mazzotti, direttore generale Agricoltura, caccia e pesca della Regione Emilia Romagna -. Sicuramente la richiesta è altissima e alimentata da un’industria di trasformazione che fa di questo frutto un punto di forza nelle preparazioni dolciarie, sia di tipo artigianale che di tipo industriale. Potremmo parlare di Ferrero ma anche di Loacher e di tante altre industrie che fanno della crema spalmabile un must del made in Italy. Industrie che sarebbero ulteriormente qualificate se il primo ingrediente utilizzato per le preparazioni provenisse dall’Italia e non dalla Turchia o da un altro Paese estero”.

Dunque, lo spazio teoricamente ci sarebbe ma perché, allora, non partono le filiere, perché non partono gli investimenti? “Ci sono anche dei “contro” – prosegue Mazzotti -. È una produzione che richiede dei tempi di produzione piuttosto lunghi, circa 7 anni, un costo importante di impianto, circa 10.000 euro l’ettaro e l’imprenditore vuole sapere, avere la certezza del rientro. L’indecisione è alta. Abbiamo a disposizione alcuni strumenti di tipo pubblico ma penso, soprattutto, agli strumenti che l’industria dolciaria italiana potrebbe mettere in campo, se volesse veramente far nascere queste filiere. Per il pubblico, e quindi per quello che ci riguarda come Regione, abbiamo degli incentivi che possono arrivare dai Piani di sviluppo rurale per progetti di impianti di noccioleto, sia per le macchine di raccolta se, per esempio, questo noccioleto è meccanizzato, sia per progetti di innovazione, di ricerca che volessero fare gli agricoltori. Se guardo alla regione Emilia Romagna, infatti, con 70-80 ettari non si può certo dire che è una coltura specializzata ma pionieristica, quindi, sarà necessario fare anche della formazione, della consulenza, tutte misure, tutti interventi che sono previsti nei nostri programmi di sviluppo rurale e quindi è possibile metterli in campo”.

Cosa può fare, invece il privato? “Con l’industria di trasformazione – conclude Mazzotti – è necessario fare contratti di coltivazioni di lungo periodo in cui sia identificabile qual è il prezzo di cessione delle nocciole dopo il settimo anno quando, cioè, entreranno in piena produzione gli impianti in modo tale che anche l’agricoltore possa fare un piano aziendale dedicato e possa vedere un tornaconto nell’introdurre questa coltivazione”.

E, infine, l’esperienza di chi ha già messo in pratica una scelta difficile. “Sono un produttore di Imola – racconta Vincenzo Busatto – e proprio tra Imola e Massa Lombarda, su terreni biologici, abbiamo dedicato nel 2018, 16 ettari ai noccioli che dovrebbero dare frutto tra 4 anni circa. Alla fine di quest’anno, o comunque all’inizio del prossimo, investiremo altri 24 ettari. Ci dedichiamo all’allevamento di animali da cortile e galline e facciamo produzione di uova. Nelle aree cortilive, per dare ombra e per fare qualcosa di più redditizio rispetto alla coltivazione dell’erba medica oppure al pascolo tradizionale, abbiamo deciso di investire a nocciolo. Abbiamo pensato a questo frutto per la rusticità e semplicità di allevamento e di impianto e anche per la poca manodopera che richiede, che poi è, forse, la ragione che più ci ha indirizzato verso questa scelta. Fondamentalmente la zona non è, forse, tra le più vocate, i tecnici lo hanno sconsigliato per le particolari caratteristiche del terreno, però, vedo che le piante stanno reagendo piuttosto bene. Siamo proprio all’inizio ma siamo abbastanza fiduciosi”.
Per i primi raccolti importanti occorre aspettare ancora.

“Si – conferma Busatto -. Dal momento che l’obiettivo è di lunga scadenza, il noccioleto ha 40/50 anni di vita utile, l’entrata in produzione è molto ritardata. Cercheremo, da buoni romagnoli, di fare qualcosa, di anticipare in qualche modo, ma la pianta richiede tempo. La lentezza è il suo ciclo di costruzione e di crescita. Aspettiamo fiduciosi, è una scommessa. Nella zona siamo un po’ pionieri”.

Agrimpresa online - Registrazione: tribunale di Bologna n. 6773 del 2 marzo 1998 - email: agrimpresa@cia.it - tel. 0516314340
Direttore responsabile: Claudio Ferri - Presidente: Cristiano Fini - Editore: Agricoltura è vita scarl
via Bigari 5/2 - 40128 - Bologna - P.iva 01818021204

WhatsApp chat
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: