Ciak si gira: la terra e noi

cinema e agricoltura

Maurizio Del Vecchio

Quando il cinema racconta di agricoltura e agricoltori

Epocale. Agricoltori 4.0; agronomi informatici ed esperti in statistica; guida automatica per i trattori; sensori per le piante; parassiti combattuti da droni; monitoraggi con robot; superavanguardia tecnica e sostenibilità a braccetto stretto… ecc…ecc…
La tecnologia, dunque, e 10 miliardi da sfamare nel 2050, sempre che, come allarma la piccola-tosta Greta e chi per lei, il Grande Patatrac non anticipi i tempi e la (sempre più precaria per molti) alimentazione non si infili nelle fauci di un irreversibile “buco nero”.

E così, tra smartphone (utilissimi, per carità) e tracce e sfide per digitalizzare l’agrifood (vitale, per carità) restano le vulnerabilità di attori protagonisti e comprimari al tempo stesso: indigeni, agricoltrici, agricoltori, e l’indotto che ne segue.

E la settima arte come si incunea tra gli accoglienti braccia di quella che è stata definita “Madre Terra”? Timidamente ma suggestivamente. Un cinema minore di nome ma non di fatto: privilegia l’individuo e non propone soluzioni se non “private”. È indulgente ma non partigiano; umano ma non stucchevole. Soluzioni? Quasi zero. Approccio di vita? Vitale, ovviamente, coinvolgente. Non un’alternativa ai problemi del mondo ma una scelta esistenziale che lo accompagna.

I pochi esempi (cinematografici e documentaristici) che seguono non vogliono essere una esauriente filmografia ma solo, appunto, alcuni esempi di un tema “oltre” e, speriamo, con un bagliore di sopravvivenza laggiù in fondo.

Cominciamo con “La fattoria dei nostri sogni”, film statunitense del 2018 diretto da John Chester e interpretato dai coniugi Chester stessi, Molly e John. Cameraman per scenari naturali lui, cuoca e blogger lei, acquistano 200 acri ad un centinaio di chilometri da Los Angeles. Supportati da un consulente-guru sull’ecocompatibilità e la “vita”, spendono ben presto il budget previsto e, negli otto anni in cui il film si svolge, conoscono i flagelli della natura ed armonia e lotta per la sopravvivenza. Al di là della riuscita o meno del loro “dream project”, ci rimane un ritratto che definire ecologistica è limitativo, perché il coinvolgimento è sul tentativo di gestire una disarmonia naturale senza idealistici compromessi, tra fallimenti e risalite verso un non autocompiaciuto finale. Riprese e fotografia (anche al microscopio) di primordine; apparato cinematografico da applausi.

Altro esempio è “Petit Paysan – Un eroe singolare” (2017), lungometraggio della Francia diretto da Hubert Charuel: patrocinato da Slow Food e vincitore di tre César, gli Oscar francesi. Ambientato nella fattoria di campagna dei genitori, la pellicola prende spunto da un’epidemia vaccina e racconta le vicissitudini, pratiche e psicologiche, di Pierre, trentenne contadino che vuol difendere se stesso ed i propri (amatissimi) vitelli. Sguardo documentarista, annotazioni sociologiche, istituzioni matrigne, severità dei controlli, frustrazioni quotidiane a 360° ed un tocco “thriller” che non guasta. Da recuperare.

E passiamo all’Italia. “In questo mondo” (2018), della regista documentarista Anna Kauber è, come recita il sottotitolo, “un viaggio esteso nella Penisola tra le donne dedite alla pastorizia”. Occupazione gravosa ma in crescita, principalmente in ambito femminile, che la pellicola sceglie da Nord a Sud, di età variabile, sole, in coppia e con la famiglia. Un centinaio di interviste raccolte (tra i 20 ed i 102 anni), successivamente rimontate attraverso un’empatia che lascia spazio al paesaggio agricolo ed umano. Concerto agreste in presa diretta, con silenzi che parlano ed un’osmosi donna-natura, una sinfonia dove anche gli ovini esistono negli sguardi. Si riscrivono storie personali lungo il filo nascosto di un tempo che sa meditare. Fascino inevitabile e misterioso.

Anche un cartoon trova posto in questa breve carrellata. “Trash”, previsto per il 2020 ma già apparso in vari Festival, è un’animazione, realizzata dalla produzione indipendente Al One. Trash significa, in inglese, “rifiuto” e di questo si parla: vere ambientazioni per scarti, animati in 3D, di materiali e oggetti che cercano la salvezza in un riciclo intelligente, affrontando avversità di ogni tipo. Sostenibilità e salute del Pianeta, salvato da scatoloni vuoti e imballaggi abbandonati. Ricco in fantasia visiva, uno dei primissimi cartoni animati ecologici.

Infine, la Cia. Proiettato il 25 marzo scorso a Ferrara nell’ambito di un evento su come “coltivare” la legalità, “Bioresistenze. Cittadini per il territorio: l’agricoltura responsabile” è un documentario diretto da Guido Turus (nella foto un frame tratto dal film) che nasce da un progetto di Cia-Agricoltori italiani e, quindi, fortemente voluto dall’Organizzazione stessa. Limpida l’idea di base: raccontare la lotta giornaliera dei molti che non abbandonano le terre, vogliono salvaguardare la biodiversità e lottano contro qualsiasi tipo di Ostacoli (non correggere, prego, la “O” maiuscola), siano essi mafie varie e illegalità diffuse. Attraverso casi significativi sia al Nord che al Sud, un excursus che palpita di uomini-agricoltori e agricoltori-uomini che presidiano, senza eroismi né enfasi, il presente della terra che è anche (parte) del nostro futuro.

Tutto qua. Il cinema è materia di sogni oliata da mezzi tecnologici, quindi apprezziamo i “fasci di luce” succitati (altri se ne potrebbero) che ci immergono, comunque, in visioni più verosimili del vero (è il tuo fiore all’occhiello, Cinema), anche se si tratta di documentari. Il Pianeta si rappresenta e ci rappresenta in mille sfaccettature ma, in definitiva, il Pianeta siamo noi. E tutto conta.

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