La fragola riprende quota al nord: + 11% in Emilia Romagna - Agrimpresaonline Webzine

La fragola riprende quota al nord: + 11% in Emilia Romagna

Erika Angelini

FERRARA – I dati recentemente diffusi da Cso Italy di Ferrara sulla produzione e il consumo di fragola segnano un trend che non si vedeva da alcuni anni e denota un sempre maggiore interesse per la coltura e le sue potenzialità di mercato. In Italia gli ettari investiti sono oltre 4mila, il 4% in più a livello nazionale che si concentrano prevalentemente al Sud con 2mila e seicento ettari, soprattutto in Basilicata e Campania, con quasi mille al Nord, mentre nelle regioni del Centro si collocano oltre 500 ettari.

L’aumento più evidente è quello della fragola del “Nord” con un +9% stimato rispetto al 2021 che arriva a una percentuale a due cifre, +11%, in Emilia Romagna.
In forte risalita, dopo un 2020 caratterizzato da un po’ di difficoltà, anche l’export del prodotto e, soprattutto, il valore commercializzato, cresciuto di quasi il 30%. Situazione positiva anche per il consumo che ha registrato un +4% rispetto al 2020 e una spesa di 393 milioni di euro, +9% rispetto all’anno precedente. La fragola appare una delle poche colture frutticole che, in questi anni, sta registrando un trend positivo, anche in sostituzione di altre produzioni con le quali si fatica a fare reddito, come spiega Massimo Marchetti, produttore “storico” di Poggio Renatico, in località Gallo, nell’Alto ferrarese.

“Produco fragole da 40 anni – spiega Marchetti – e la coltura ha avuto sicuramente alterne vicende, sia a livello produttivo sia di mercato, ma nell’ultimo anno ho visto sul territorio un forte interesse degli agricoltori per la ricerca di produzioni frutticole specializzate e remunerative.
Ormai è noto che nel ferrarese stiamo assistendo a una forte disaffezione per la pericoltura, che è diventata sempre meno remunerativa: i frutteti sono espiantati e non si fanno nuovi investimenti, quindi le superfici rimangono libere. Una situazione purtroppo prevedibile, che vedo perfettamente rispecchiata nella mia stessa azienda dove produco anche pesche, albicocche e pere, diventate “incapaci” di generare reddito.
Le fragole sono adesso un’alternativa, anche se non così semplice o “certa”, perché la produzione in pieno campo è pur sempre soggetta ai problemi climatici e alle patologie.

Si ferma la disaffezione per gli investimenti registrata negli anni scorsi e torna protagonista del paniere frutticolo non solo del Sud

Quest’anno la stagione è stata, finora, favorevole, sicuramente è mancata la pioggia ma la fragola è una coltura irrigua, che richiede una forte tempestività d’intervento come gran parte della frutta. Io conferisco a un’asta e faccio vendita diretta che, soprattutto negli anni della pandemia, è cresciuta moltissimo, forse perché le persone hanno iniziato a riscoprire i prodotti più “prossimali” e avevano voglia di gustare prodotti freschi.
In azienda, ma vedo che è una scelta ormai molto comune sul territorio, ho preferito investire su una varietà più appetibile per il consumo, come la Jolie, che è meno produttiva ma viene ricercata dai commercianti, piuttosto che varietà molto produttive destinate all’ingrosso. Questo mi ha finora soddisfatto a livello reddituale e credo che sarà davvero un’ottima annata, anche se i problemi non mancano e il principale – continua Marchetti – è attualmente quello di reperire la manodopera

Senza voler aprire una polemica, e soprattutto farne una questione di provenienza, ma non ho trovato italiani, una volta erano tipicamente gli studenti a cercare il lavoro “estivo”, per le diverse operazioni e per la raccolta. E gli stranieri, prevalentemente provenienti dal Pakistan, che venivano gli altri anni sono stati letteralmente risucchiati dai cantieri per la ristrutturazione degli immobili del 110%.

Poi, naturalmente, rimane il nodo delle assicurazioni agricole e l’eterno dilemma: mi assicuro o non mi assicuro? Il buon senso direbbe che assicurarsi è l’unico modo per proteggere le colture ma quest’anno ai costi assicurativi si aggiungono oneri di produzione ormai insostenibili e poi, ci sono le difficoltà a essere risarciti quando si subisce un danno, che fanno spesso desistere le aziende agricole dalla stipula”.

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