La sostenibilità agricola c’è, ma preoccupa la perdita di superfici e l’abbandono delle campagne - Agrimpresaonline Webzine

La sostenibilità agricola c’è, ma preoccupa la perdita di superfici e l’abbandono delle campagne

Claudio Ferri

BOLOGNA – L’importanza delle forme di agricoltura meno impattanti sull’ambiente in Emilia Romagna è andata aumentando soprattutto in termini di superfici a bio, ma si registra anche una tendenza marcata alla riduzione dell’impiego di fertilizzanti minerali, sia in termini complessivi (-54% negli ultimi 15 anni monitorati) che per ettaro di superficie coltivata (-43%), e di fitofarmaci impiegati in agricoltura convenzionale (- 22% nel periodo) e biologica.

Ci sono anche sviluppi in ambito Agritech, l’uso sempre più diffuso di dati e sistemi intelligenti a supporto delle decisioni, i grandi efficientamenti sul fronte delle macchine agricole e dei dispositivi connessi che, con l’agricoltura di precisione si ottimizzano i risultati produttivi a fronte di una progressiva riduzione nell’utilizzo degli input.

A fronte di tutto ciò, però, si assiste ad una perdita di superfici agricole per abbandono o per cambi di destinazione e gli impatti ambientali negativi sono però, in questo, caso legati non all’esercizio dell’attività agricola, ma al contrario alla sua cessazione.

L’agricoltura è dunque sostenibile e lo ha dimostrato la ricerca dal titolo “Sostenibilità ambientale dell’agricoltura: a che punto siamo?” condotta da Cia-Agricoltori Italiani dell’Emilia Romagna in collaborazione con Aretè e presentata in un seminario on-line.

Lo studio si inserisce in un contesto in cui le attività agricole, soprattutto nelle economie avanzate, sono tuttora spesso portate all’attenzione del pubblico non tanto, o non solo, come attività primarie per il sostentamento ed il benessere delle popolazioni, cruciali per la tutela e la conservazione dei territori, oggi evolute nelle tecniche ed in grado di tenere il passo con i cambiamenti dettati dallo sviluppo economico, ma piuttosto, ancora di frequente, per il ruolo di generatrici di impatti negativi più o meno gravi, soprattutto in ambito ambientale.

È davvero questa l’agricoltura di oggi? “All’occhio di chi conosce il settore, questa appare un’immagine, almeno in parte, distorta di ciò che l’agricoltura europea ed italiana in particolare, sono divenute negli anni recenti – afferma Enrica Gentile, amministratore delegato di Aretè – quasi ignara dei passi enormi da essa compiuti nell’orientarsi sempre più, ed ormai da tempo, verso pratiche rispettose delle risorse ed attente agli impatti su persone, animali, territorio ed ambiente ed al miglioramento della qualità ambientale e di vita nelle aree rurali”.

Lo studio, basandosi su dati ed evidenze da statistiche ufficiali e fonti autorevoli, ha perseguito l’obiettivo di restituire un’immagine il più possibile oggettiva del rapporto tra attività agricole e conservazione dell’ambiente e delle risorse, opponendo rigore scientifico all’approssimazione ed al sensazionalismo. “È interessante – prosegue anche la presenza di diversi dati di comparazione tra le principali tendenze emerse in Italia in materia di impatti ambientali dell’agricoltura, e le analoghe tendenze in alcuni importanti Paesi “agricoli” dell’Ue come Francia, Germania, Spagna, Danimarca e Paesi Bassi. In sintesi nel corso degli ultimi 30 anni la Pac è stata gradualmente adattata per garantire la sua sostenibilità complessiva, anche in termini di conservazione dell’ambiente.

“Il pacchetto di misure con finalità ambientali, nell’ambito della Politica agricola e nel più generale ambito della politica dell’Unione, si è venuto via via arricchendo di nuovi strumenti – osserva la Gentile – con l’obiettivo non solo di tutelare gli ecosistemi nelle zone rurali, ma anche di contrastare il cambiamento climatico. Le politiche nazionali, incluse quelle italiane, si sono allineate a quella Ue nel perseguimento di questi obiettivi. In generale il quadro complessivo che emerge per l’Italia in termini di evoluzione degli impatti appare decisamente positivo, anche se confrontato con l’evoluzione registrata nei cinque Paesi Ue oggetto di confronto”. Più agricoltura organica, quindi, meno chimica e tecnologie innovative hanno favorito un primario più pulito e sostenibile.

“Due gli aspetti degni di attenzione, anche guardando al futuro – prosegue la Gentile – in primis quello dell’acqua, sul quale l’Italia, penalizzata da fattori climatici, è il Paese a maggior utilizzo di acque irrigue tra quelli oggetto di analisi, ed ha la maggior quota di Superficie agraria irrigabile (33% nell’ultimo decennio), seppure con livelli di efficienza di utilizzo complessivamente buoni. L’altro – aggiunge – è in realtà rappresentato dalla perdita di superfici agricole per abbandono o per cambi di destinazione (commerciale o residenziale). Sebbene il problema sia comune a tutti i Paesi membri considerati, il fenomeno appare particolarmente grave in Italia, dove il peso della Sau sul totale del territorio nazionale è passato dal 71% del 1990 al 55% del 2016”.

Lo studio ha infine toccato anche gli aspetti della riduzione di emissioni di gas serra e di inquinanti in genere, del fenomeno della progressiva perdita di biodiversità nelle aree rurali, e di una serie di ulteriori indicatori dell’evoluzione degli impatti nel corso del tempo.

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